martedì 1 gennaio 2008

Greco Calabrese e Greco Salentino: e Alìssia

Greco calabrese:

I Alìthia
Mia vvradìa me to fengari enan àndra èrketo an din ozzìa: pos ecatèvenne zonària zonària, posso tu fènete man ghineca magni, ma chamme, manachì, me ta maddìa catevammena. “Pis iste calì jineca?” tis aròtie. « I Alìthia » ip’ecini. “Ce jatì stèkite manachì se tundin àcharon ozzìa?”. I jinèca eplàtezze ce ipe. “Echi ìcosi sècula ti èfiga se tundes ozzìe: prita oli m’egapussa ce oli eplatèggai me tin glossa tin dikimmu, tote o àthropo iton àthropo , o logo ito llogo … arte oli thèlusi to Zzema!”

Greco salentino:

E Alìssia.
Ena vràdi m’o fèngo, enas àndra èrcato apò to mea-gonì: sàtti eccatèvenne, mes tus precipìziu, tòsso ìde ambrò, ecimèsa, mia mmàli ghinèca, manehìtti ce ma maddhìa limmèna. “Tis ìse, calin ghinèca?” Is ròdise. « E Alìssia », ìpe cìni. “ce jatì estèi manehìssu es tùtto mea-gonì ìu agricò?” E ghinèca mìlise ce ìpe: « èhi ìcosi sèculu ti èffia es tùtta mala-gonìa: prìta òli m’agapùsane ce òli milùsane min glòssa ti dichìmmu, tòa o àntropo ìone àntropo, o lòo ìone lòo… àrte òli dulèune to Fsèma.

La Verità
Una sera con la luna, un uomo veniva giù da una montagna: mentre scendeva, tra i dirupi, all’improvviso gli appareve una grande donna; stava per terra, era da sola ed aveva i capelli sciolti.
- Chi sei, bella donna? Le chiese.
- La Verità. Disse ella.
- E perché te ne stai tutta sola su questo monte così selvaggio?
La donna parlò e disse:
Sono venti secoli che son fuggita su questi monti: una volta tutti mi amavano e tutti paralavano con la mia lingua. Allora l’uomo era uomo e la parola era parola … adesso tutti adorano la Menzogna.

Traduzione in greco salentino di Giuseppe de Pascalis

E anghèra mes' ti tàlassa

L’Aurora per specchiarsi nel mare
ha avvicinato agli occhi la luna:
la Luna che dall’ alto vede
ogni fanciulla che insegue l’amore.

Il Sole vide l’aurora dentro l’acqua
e si affrettò a baciarla sulla guancia.
Lei si schernì e serrò la bocca:
e divenne più bella chè arrossì.

Il Sole, con una fiamma di fuoco,
la riempì di luce, per amarla!
L’Aurora allora si tuffò nel mare!
Il Sole tremò a darle aiuto andò.

Veloce nell’acqua si gettò.
Si spense nel mare il suo splendore!
L’Aurora tra la luce si scottò:
annerì cocendo e venne Sera .

Mi sobbalzò l’anima nel petto:
si spaventò di quella notte nera!

Paolo Di Mitri

Mes to lustro atto nerò

In mezzo alla luce dell’acqua,
dentro la cisterna, in mezzo al buio,
ho visto le tua bocca sorridermi.

Ti ho desiderato con gioia
E ti ho gridato:” Vieni!”.
E nel secchio ti ho tirato,
vicino per baciarti.

Ma tu velocemente sei volata.
Perchè dovevo muoverti!

Paolo Di Mitri

Il mondo che cammina verso il tramonto (o kosmo pu pratì rtèa st'òmbi tu ìju)

noi che amiamo la lingua grika ci rivolgiamo sempre ad oriente, per trovare le radici che avevamo dimenticato o ci hanno nascosto.
Quest’anno mi è capitato di dirigere i miei occhi ad occidente, sono partito con la mia donna che doveva raccogliere informazioni per una tesi ed abbiamo camminato a piedi nel “Camìno de Santiago”. Così si chiama la strada che fammo i pellegrini per arrivare a Santiago di Compostela, in Galizia.
Una volta, molti secoli fa, uomini partivano da tutto il mondo cristiano (quello cattolico) per dirigersi a piedi verso la tomba dell’apostolo Giacomo, in Galizia.
Il pellegrino che arrivava là dopo aver camminato molti giorni, abbracciava il santo che siede sulla propria tomba e andava poi alla rive del mare seguendo il tramonto del sole, nel punto più ad ovest della terra allora conosciuta, prendeva una conchiglia e si incamminava per tornare a casa.
Con il tempo questo pellegrinaggio andò perdendosi e pochi andavano là quando il papa Leone XIII nel 1884 mandò a dire che là davvero riposano le ossa di san Giacomo. Da allora di nuovo si videro pellegrini a camminare sulla antica strada che porta a Santiago, per fare il “Camìno”, come si chiama là.
Il fenomeno crebbe ancora di più dopo che si fece la Gionata Mondiale della Gioventù a Santiago nel 1989 e dopo che il governo della Galizia e della Spagna si accorsero del bene che poteva venire a loro dai pellegrini. Negli anni novanta fecero pubblicità, aggiustarono bene la strada e aprirono “albergues” per ospitare gratis i pellegrini. E così sono sempre di più oggi quelli che si vedono camminare dai Pirenei fino a Santiago de Compostela. Alcuni fanni più di 700 chilometri, altri di meno iniziando da più vicino. Alcuni vanni perché sono molto credenti, altri tanto per fare un po’ di trekking.
Noi abbiamo fatto 110 chilometri e siamo partiti da Sarria il ventinove di Aprile. Arrivati là, abbiamo appreso che vuol dire “albergue”: un grande stanzone dove abbiamo dormito con altre venti persone, uomini e donne, una cucina dove ognuno poteva cucinarsi quello che voleva e un tavolo per sedere insiemi. Là abbiamo conosciuto qualche pellegrino per la prima volta: una donna della Germania che aveva camminato da sola già per più di 500 chilometri e due italiani che some noi partivano da là. La prima aveva perso il lavoro e stava facendo il “Camino” perché da molto lo desiderava, ma non sembrava farlo con tanta devozione religiosa; gli altri invece andavano perché uno di loro aveva fatto un voto quando la moglie stava per perdere il bambino durante il parto. Siccome le cose erano andate bene era partito con il padrino del figlio e stavano là, con uno zaino Invicta, pochi vestiti e nient’altro, neanche un k-way per corirsi dalla pioggia.
La mattina siamo partiti tutti, a piedi o in bicicletta, per camminare per 23 chilometri seguendo le frecce gialle che mostrano la strada. Pioveva e ci accorgemmo che non era così facile camminare con lo zaino in spalla nei boschi, sotto la pioggia, nel fango e sulle pietre. Arrivato a Portomarìn con le gambe che dolevano dalla fatica entrammo nel primo albergue per riposarci e dividemmo la stanza con un uomo di 70 anni che si chiamava Bernàrd, vero pellegrino, che aveva camminato da solo già per millesettecento chilometri a piedi dalla Bretagna, trovando rifugio nei conventi e soffrendo il freddo là dove non c’erano né albergues né segnali né un bar per riposarsi. Lo faceva per riappacificarsi con Dio e per portare a Santiago una lista di preghiere che aveva raccolto nel suo paese e durante il cammino. Così è là, incontri pellegrini, ci dormi e mangi insieme, ascolti i desideri, i pensieri, le cose successe durante il loro viaggio e racconti le tue, poi la mattina li lasci e gli dici “Bon Camino” per partire da solo e chissà se li rincontri di nuovo e chi troverai nella camera del nuovo albergue.
“Camino is not hotel, camino is albergue” diceva Bernard prima di dormire.
E così abbiamo passato cinque giorni, a dire il vero non abbiamo avuto molto tempo per pensare all’aspetto religioso, con la testa impegnata dalla fatica e dal dolore, raccogliendo notizie dagli altri pellegrini.
Abbiamo camminato così sotto il sole o la pioggia, mangiando panini con il “jamon serrano” (prociutto), polpo ed “empanàda”, una specie di pitta salentina.
L’ultimo giorno siamo saliti a Monte de Gozo, da dove si vede Santiago e siamo discesi con due altri italiani che abbiamo conosciuto, un boy scout di cinquant’anni che aveva perso tre figli ed era stato là già altre volte e un suo amico che voleva chiedere una grazia per suo figlio di cinque anni che ancora non riusciva a parlare.
Arrivato davanti alla chiesa che custodisce la tomba del santo, quello che chiedeva la grazia per il figlio inizio a piangere, ci siamo fermati un momento e poi siamo entrati dal “Portico de la Gloria” e siamo andati ad abbracciare il santo secondo la tradizione e abbiamo assistito alla “messa del pellegrino”.È finito così il nostro cammino e venuto il tempo di pensare a quello che avevamo passato: belli i luoghi che abbiamo visitato, le chiese ed i paesi, ma ci è piaciuta di più la gente incontrata: certo c’erano turisti nel Camino, ma ci siamo rallegrato di trovare anche qualche vero pellegrino, che portava nello zaino qualcosa che pesava più dei vestiti.

Francesco Penza

Parlando col mio amico Luigi

Parlando con il mio amico Luigi (di Sabatino), ho appreso che la festa di sant’Antonio era la festa in cui addobbavano le strade con i lampioni accesi. Non era per san Luigi. Facevano i lampioni, il falò e anche la cuccagna. Poi quando giungeva il giorno di san Luigi facevano un’altra festa con i lampioni che non si erano rotti o bruciati, visto che prima mettevano dentro i lampioni delle candele accese per fare luce colorata. Che lampioni? Costruivamo stelle, orologi, la luna gli aerei, le sfere e parecchie piramidi, ma i più grandi lampioni rappresentavano le navi e le stelle.
Nessuno dei bambini aveva i soldi per comprare le canne oppure la carta colorata per i lampioni e quindi, bisognava andare a trovare ciò che ci bisognava: “dovevamo trovare la carta e le canne e la farina di grano duro mischiato col miele per renderlo più appiccicaticcio. Potevamo prendere le canne dalle paludi di Roca, vicino alle acque, dove vivono tanti grandi uccelli e fiori acquatici dove dicono che anno casa le Nereidi. Io credevo che quelle donne ti vengono di fronte, se tu passi vicino alle acque della palude! Credo che c’erano veramente, perchè poco più avanti c’è ancora, in mezzo al mare, un posto incantevole che chiamano “Jannàra” che a Napoli vuol dire maga. Il De Ferraris ce lo ha scritto quando ha affermato che il paese di Nardò è stato chiamato dai Latini “ Neretum” perchè lì c’è molta acqua che sgorga da sottoterra e che quel posto fecondo era popolato dalle nereidi da cui il nome .
La gente crede che tra le canne delle paludi ci siano le nereidi: ti ballano intorno, dopo che è passata mezzanotte e ti fanno perdere la memoria per sempre. Questo dicevano pure i greci che arrivarono qui da noi tempo addietro!
Mi ha detto un archeologo del luogo ieri sera che, sotto il suolo di Roca ha trovato moltissimi repèrti Micenèi, anzi Minoici che sono ancora più antichi. Mi ha riferito che questo popolo abitava la nostra terra nel 1600 avanti Cristo. E questa è la notizia che ci viene da Roca.
Parliamo di canne! Le tagliavamo, poi andavamo a fare il bagno al mare, dopo cercavamo qualche anima buona che caricasse sul traino le canne per portarcele a Calimera. Per recuperare i soldi mettevamo in un piattino un’immagine di sant’ Antonio ed andavamo casa per casa a chiedere qualche monetina.
Tra le strade, con i piedi nudi sporchi di polvere di tufo, chè allora non v’erano le strade asfaltate.” Qualche volta mandavano me perchè ero il più piccolo, e quelli grandicelli si vergognavano a cercare, casa casa, i soldi ; c’era qualcuna che non ci dava nulla e ci diceva:” Vai da qui! Questo è il sant’Antonio delle ciliegie, vero?” Così mi dicevano. Dopo aver comprato la cartaoleata (rubavamo da casa la farina), cominciavamo a costruire i lampioni.
Andavamo dentro qualche cortile più grande: allora i bimbi amavano costruire gli aeroplani, perchè ancora c’ era la seconda guerra mondiale. Legavamo con lo spago le canne spaccate in listarelle, come ci servivano e facevamo ciò che ci piaceva. Ogni strada faceva la sua festa e vi erano una diecina di ragazzini dai dieci fino ai dodici anni.
Mi ha detto Luigi di Sabatino:” Legavamo sulle terrazze un filo che fosse un poco più resistente e poi sopraci le davamo i lampioni. Mettevamo candele dentro i lampioni e la luce ci sembrava bella dentro la cartaoleata di tanti colori.
Poi dovevamo fare il falò ( la fòcara) e bisognava trovare le fascìne e andavamo in giro per i forni dove facevano in pane e ci davano qualche legno o un poco di fascina o foglie secche, ma noi mettevamo per il fuoco tutto ciò che trovavamo nei campi, anche piante di rovo. La fòcara veniva accesa alle dodici della notte tutti i bambini gridavano e saltavano vicino al fuoco. Dentro gli occhi avevamo le fiamme della fòcara quando dormivamo nel lettino e aspettavamo che arrivasse presto ilo giorno per andare ancora vicino alla fòcara. Poi, quando albeggiava, andavamo correndo a vedere se la focàra si fosse spenta o no. Se aveva ancora un poco di fuoco, noi tutti bambini saltavamo la focara senza bruciarci per mostrare il nostro valore. Se s’era già spenta, saltavamo sulla focara per spegnere anche le scintille e disperdere la cenere intorno per cancellarne le tracce e tornare alla quotidianità ( alla prima mattina portavamo le scarpe, ma le toglievamo appena il sole s’alzava) e gridavamo qualche parola che non ricordo più.
Poi cominciavamo i litigi per stabilire quale strada avesse fatto la focara più grande o i lampioni più belli. E così arrivava, dopo una settimana, la festa di san Luigi.
Mettevamo i lampioni che erano rimasti dalla festa di sant’ Antonio, quelli che non si erano accesi e facevamo la festa del povero san Luigi che aveva il volto così pallido nella statua della Chiesa
Madre. Ma il santo che era il maggiore era sant’Antonio e la focara, non è allora che bruciano anche le stoppie nei campi? Poi facevamo la cuccagna per sant’ Antonio e sceglievamo il palo più alto che potevamo.
Per la verità facevano la cuccagna i ragazzi più grandi, anzi erano i giovanotti, perchè la cuccagna era cosa da grandi. Sopra vi appendevano una o due forme di formaggio, un poco di salsiccia, un fiasco di vino o un litro di rosolio che aveva fatto la nonna a casa, e qualche chilo di pasta comprata,più buona di quella che faceva la mamma a casa nostra. Spargevano tutta la cuccagna col sapone estratto dai resti dell’olio: ogni famiglia faceva a casa il sapone con l’olio sporco e il grasso delle capre.
Ogni squadra di quattro o cinque giovanotti si sforzava per raggiungere la cima della cuccagna.
Salivano te o quattro ragazzi sopra il giovane più robusto che doveva reggere gli altri sopra le sue spalle e quello più veloce, oppure colui che era più piccoletto si impegnava a salire più in alto per arrivare quanto più riusciva vicino al formaggio e il vino nero di Marvasìa!
Ma v’era il sapone che lo faceva cadere giù. Tutte le ragazze guardavano parlottando sul giovane più valoroso o di quello più bello. Prendevano coraggio e gli dicevano qualche cosa e loro si rallegravano e facevano di più per raggiungere la cima per mostrare ciò che sapevano fare.
Erano vestiti con una camicia bianca, pantaloncini corti e erano senza scarpe, per reggersi meglio sulla cuccagna. E molte volte, colui che era in alto ed era lì lì per raggiungere le cose buone che erano sulla cuccagna, non poteva più reggersi e cadeva giù trascinando con sè anche coloro che lo reggevano.
La squadra che arrivava a prendere le cose buone sulla cuccagna, li dividevano fra loro oppure andavano a mangiare tutti insieme e a bere tutto quel vino una volta tanto.
Quella festa era legata a quella di san Giovanni, che era la festa dell’estate, il giorno più lungo dell’anno!
La notte prima che sorgesse il giorno di san Giovanni le ragazze di Calimera rompevano in un piatto pieno d’acqua, un uovo e lo lasciavano sotto la luna e la rugiada tutta la notte. Al mattino potevano conoscere il mestiere che avrebbe fatto il giovanotto che avrebbero sposato. Guardando la forma che il bianco d’uovo aveva assunto. Le giovani donne chiedevano aiuto a san Giovanni perchè lui è il santo dei compari.

Paolo Di Mitri

Come dobbiamo scrivere in Griko: intervento di Penza

Io non ho imparato il griko dalla mamma, l’ho conosciuto dalle poesie e dai canti, mi sono innamorato di questa lingua ed iniziai ad impararla dal libro di Salvatore Tommasi “Katalisti o kosmo”. Per questo scrivo con il kappa, e scrivo “ch” per l’aspirata. Non penso che sia la migliore grafia del griko, possiamo anche scrivere con la C e senza K, oppure con il H o la X al posto di CH per l’aspirata. Però c’è qualcosa che dobbiamo tenere bene a mente quando andiamo a scegliere un alfabeto per il griko.
Io credo che l’alfabeto del griko deve essere adatto al griko, non alla lingua italiana o al greco moderno che parlano in Grecia. Può sembrare una cosa scontata, ma forse non lo è.
Una volta avevo scritto nella mailing-list Magna Graecia che credevo che fosse una cosa buona scrivere il griko con i caratteri greci, ma scrissi anche che non potevamo pensare di farlo adesso che il griko si perde.
Oggi già sono pochi coloro che possono leggere il griko scritto con i caratteri latini, figuriamoci quanti saranno quelli che possono leggerlo con i caratteri greci: se vogliamo fare qualcosa per dare un po’ di vita al griko dobbiamo iniziare dall’alfabero latino.
Ma quale alfabeto latino? Alcuni dicono quello che tutti conoscono avendolo imparato a scuola, fatto per la lingua italiana; altri dicono che si scriva come il greco moderno traslitterato in caratteri latini.
Io credo che si debba trovare un alfabeto per il greco salentino, adatto a far sì che si mostrino le parole ed i fonemi che escono dalla bocca di quelli che parlano greco salentino, non italiano o neogreco.
Certo sarebbe meglio scegliere caratteri più “popolari” ma credo che non facciamo un peccato prendendo qualche carattere “straniero” (non è poi così straniero oggi il K) oppure dando un altro suono ad un carattere o gruppo di caratteri italiani.
Per me ogni suono della lingua grika dovrebbe trovare il suo posto nella grafia. L’alfabeto deve adattarsi alla lingua, non dobbiamo credere che nisogna stiracchiare la lingua perché si adatto all’alfabeto.
Altra cosa che si deve ricordare è he oggi si scrive con la tastiera del computer e qui si vendono tastiere per la lingua italiana, per cui sarebbe meglio scegliere caratteri che si ritrovano in questa tastiera.
Poi c’è un principio che secondo me va mantenuto quando si sceglie l’alfabeto: un segni scritto deve leggersi in un solo modo e un suono pronunciato deve scriversi solo in un modo.
Molte lingue non seguono questa legge, nel neogreco ci sono molti modi per scrivere la “i”, perché hano mantenuto l’antica etimologia nella scrittura. Io credo che quando si sceglie un alfabeto nuovo, sarebbe meglio evitare ogni fonte di confusione in modo che la scrittura sia lo specchio della parola.
Così questi devono essere secondo me le fondamenta della scrittura del griko:
- la grafia deve essere adatta alla lingua, non deve la lingua adattarsi per entrare in un alfabeto fatto per un'altra lingua.
- Deve essere facile scrivere il griko con il computer.
- Ogni suono (fonema) deve avere la sua scrittura (grafema), ogni carattere deve leggersi con un suono solo.
io ho iparato a scrivere K per kòkkalo, C per ceràsi, Ch per chèra e credo che non sia così difficile per chi legge capire che la CH non va letta come in italiano “chiesa”. Ma non ho problemi a scrivere còccalo, ceràsi, hera.
Basta che non si confonda niente.
Invece quello che non mi va bene è scrivere con lo stesso modo due suoni che non sono affatto uguali.
In griko e nel dialetto romanzo esiste un “SC” molto corto che non è affatto uguale allo “SC” di scena: kàscio, sciòko…. Io credo che sia meglio trovare un sistema che dia a questo fonema un suo posto nell’alfabeto griko. Quello che si vuole: sh, sj, cj, sç, ç, š, dj… o altri grafemi, basta che non ci si confonda (“sh” si potrebbe confondere con s+aspirata nel caso scrivessimo H per l’aspirata).
Altri fonemi che per me non si dovrebbero confondere sono il TS/TZ come “tsalìdi”, “tsekànno” e il DZ/Z come “zoì”, “zòsi”, “fonàzo/fonàzzo”. Non è la stessa cosa, devono essere mantenuti distinti.
Qualcuno scrive “z” quando è dolce il suono, “zz” quando è aspro, io credo che sia meglio scrivere “TS” o “TZ” quando è aspro e “Z” quando è dolce.
Quando lo “TS” viene dal greco antico Y “ps” o X “ks” in qualche paese viene pronunciato “fs/ss” (martano) o “sc” (Zollino e talora Castrignano). Sarebbe bello trovare una grafia che possa unificare questa diaspora di ts/fs/ss/sc però forse rischiamo anche di confondere le cose, meglio che si veda il fonema di ogni paese.Altro problema per me sono le parole che finiscono per S e N, consonanti finali che sembrano scomparse ma in realtà spesso si nascondono nell’assimilazione alla consonante che segue, ma questa è un’alra storia…

Francesco Penza

Come dobbiamo scrivere in Griko: intervento di Penza

Io non ho imparato il griko dalla mamma, l’ho conosciuto dalle poesie e dai canti, mi sono innamorato di questa lingua ed iniziai ad impararla dal libro di Salvatore Tommasi “Katalisti o kosmo”. Per questo scrivo con il kappa, e scrivo “ch” per l’aspirata. Non penso che sia la migliore grafia del griko, possiamo anche scrivere con la C e senza K, oppure con il H o la X al posto di CH per l’aspirata. Però c’è qualcosa che dobbiamo tenere bene a mente quando andiamo a scegliere un alfabeto per il griko.
Io credo che l’alfabeto del griko deve essere adatto al griko, non alla lingua italiana o al greco moderno che parlano in Grecia. Può sembrare una cosa scontata, ma forse non lo è.
Una volta avevo scritto nella mailing-list Magna Graecia che credevo che fosse una cosa buona scrivere il griko con i caratteri greci, ma scrissi anche che non potevamo pensare di farlo adesso che il griko si perde.
Oggi già sono pochi coloro che possono leggere il griko scritto con i caratteri latini, figuriamoci quanti saranno quelli che possono leggerlo con i caratteri greci: se vogliamo fare qualcosa per dare un po’ di vita al griko dobbiamo iniziare dall’alfabero latino.
Ma quale alfabeto latino? Alcuni dicono quello che tutti conoscono avendolo imparato a scuola, fatto per la lingua italiana; altri dicono che si scriva come il greco moderno traslitterato in caratteri latini.
Io credo che si debba trovare un alfabeto per il greco salentino, adatto a far sì che si mostrino le parole ed i fonemi che escono dalla bocca di quelli che parlano greco salentino, non italiano o neogreco.
Certo sarebbe meglio scegliere caratteri più “popolari” ma credo che non facciamo un peccato prendendo qualche carattere “straniero” (non è poi così straniero oggi il K) oppure dando un altro suono ad un carattere o gruppo di caratteri italiani.
Per me ogni suono della lingua grika dovrebbe trovare il suo posto nella grafia. L’alfabeto deve adattarsi alla lingua, non dobbiamo credere che nisogna stiracchiare la lingua perché si adatto all’alfabeto.
Altra cosa che si deve ricordare è he oggi si scrive con la tastiera del computer e qui si vendono tastiere per la lingua italiana, per cui sarebbe meglio scegliere caratteri che si ritrovano in questa tastiera.
Poi c’è un principio che secondo me va mantenuto quando si sceglie l’alfabeto: un segni scritto deve leggersi in un solo modo e un suono pronunciato deve scriversi solo in un modo.
Molte lingue non seguono questa legge, nel neogreco ci sono molti modi per scrivere la “i”, perché hano mantenuto l’antica etimologia nella scrittura. Io credo che quando si sceglie un alfabeto nuovo, sarebbe meglio evitare ogni fonte di confusione in modo che la scrittura sia lo specchio della parola.
Così questi devono essere secondo me le fondamenta della scrittura del griko:
- la grafia deve essere adatta alla lingua, non deve la lingua adattarsi per entrare in un alfabeto fatto per un'altra lingua.
- Deve essere facile scrivere il griko con il computer.
- Ogni suono (fonema) deve avere la sua scrittura (grafema), ogni carattere deve leggersi con un suono solo.
io ho iparato a scrivere K per kòkkalo, C per ceràsi, Ch per chèra e credo che non sia così difficile per chi legge capire che la CH non va letta come in italiano “chiesa”. Ma non ho problemi a scrivere còccalo, ceràsi, hera.
Basta che non si confonda niente.
Invece quello che non mi va bene è scrivere con lo stesso modo due suoni che non sono affatto uguali.
In griko e nel dialetto romanzo esiste un “SC” molto corto che non è affatto uguale allo “SC” di scena: kàscio, sciòko…. Io credo che sia meglio trovare un sistema che dia a questo fonema un suo posto nell’alfabeto griko. Quello che si vuole: sh, sj, cj, sç, ç, š, dj… o altri grafemi, basta che non ci si confonda (“sh” si potrebbe confondere con s+aspirata nel caso scrivessimo H per l’aspirata).
Altri fonemi che per me non si dovrebbero confondere sono il TS/TZ come “tsalìdi”, “tsekànno” e il DZ/Z come “zoì”, “zòsi”, “fonàzo/fonàzzo”. Non è la stessa cosa, devono essere mantenuti distinti.
Qualcuno scrive “z” quando è dolce il suono, “zz” quando è aspro, io credo che sia meglio scrivere “TS” o “TZ” quando è aspro e “Z” quando è dolce.
Quando lo “TS” viene dal greco antico Y “ps” o X “ks” in qualche paese viene pronunciato “fs/ss” (martano) o “sc” (Zollino e talora Castrignano). Sarebbe bello trovare una grafia che possa unificare questa diaspora di ts/fs/ss/sc però forse rischiamo anche di confondere le cose, meglio che si veda il fonema di ogni paese.Altro problema per me sono le parole che finiscono per S e N, consonanti finali che sembrano scomparse ma in realtà spesso si nascondono nell’assimilazione alla consonante che segue, ma questa è un’alra storia…

Francesco Penza

Come dobbiamo scrivere in Griko: intervento di De Pascalis

Più che come, con quale.

Prima di cominciare a parlare sarebbe buona cosa mettere alcuni paletti.
E quindi, più che come, con che cosa, con quale alfabeto è opportuno scrivere?
Si deve scrivere con l’alfabeto italiano?
Dobbiamo scrivere con un alfabeto straniero?
Almeno per questo che la pensiamo tutti allo stesso modo.
Non ho la certezza, ma credo che, interpellati, tutti sceglieremmo l’alfabeto italiano.
E l’alfabeto italiano è composto da ventuno lettere. Per le parole straniere, molte volte si ricorre alle lettere J, K, Y, W, e X.
Per le parole straniere.
Adesso, quando siamo tra di noi possiamo fare ciò che vogliamo e ognuno può scrivere come vuole. Ma con il giornale non è la stesa cosa.
Dobbiamo tener presente che il giornale lo possono leggere tutti. E le persone ogni giorno leggono con le ventuno lettere dell’alfabeto italiano.
E ciò che ci dice la gente e che trova difficile leggere “i Spitta”.
Per questo dobbiamo mettere attenzione a non fare le cose ancora più difficili.
Dobbiamo allora mantenerci, quanto più possiamo vicino a ciò le persone sono abituate a vedere quando si mettono a leggere.
Il giornale disseminato di “K” non agevola tutto questo
Un giornale, dove “ch” non si pronuncia più col suo suono, inganna colui che legge. Mi sembra, avete presente quella canzone di alcuni anni fa che faceva, con grande arroganza, “fatti più in là”? Ecco così mi sembra!
Per questo, credo, che dobbiamo scrive, finché lo possiamo fare, con le lettere dell’alfabeto italiano, lasciando stare “gli altarini” come stanno. Senza cambiare niente, ripeto, finché ciò è possibile.

Per tutto ciò le mie proposte sono le seguenti:

“H” per l’aspirata. E’ sufficiente questo perché tutte le lettere rimangano al proprio posto

“J” per le parole come: ghèjo, àjo, ecc..

Per il suono “ZZ”(z aspra) io proporrei:
Quando tutti i paesi pronunciano allo stesso modo (azzumpò, ammazzìti, pezzonno, ecc.), scrivere “ZZ”.
Quando le parole provengono dal ”cs” o dal “ps” (psomì, csìlo, ec.),
i paesi che pronunciano “zz” come Sternatia, che scrivano “ts” o “tz” ( si scelga un modo);
i paesi che pronunciano “SS” o “Fs” che scrivano “fs”.

Giuseppe De Pascalis.

Taranta nuovo dio (Taranta cinùrrio teò)

Per quello che io sapevo e per quello che ancora ricordo, riterrei che “La Notte della Taranta” non abbia niente a che vedere con il fenomeno delle tarantate.
Il ballo della pizzica era il ballo della gioia, della festa, delle belle notti estive sull’aia. La pizzica la ballavano tutti. Grandi e piccoli. Giovanotti e signorine. Sull’aia, nelle case.
La Tarantata era esclusivamente donna. La Tarantata ballava il dolore. I sussulti, il contorcersi del corpo rappresentavano delle grida. Grida di aiuto. Grida di aiuto al mondo, alla gente, ai santi. A san Paolo.
La Tarantata ballava la solitudine. A Galatina. In piazza di fronte alla chiesa. Dentro la chiesa. La Tarantata ballava per San Paolo.
San Paolo guariva. San Paolo proteggeva.
E le genti ogni ventinove di giugno andavano a far visita a San paolo.
Andavano le tarantate per chiedere la grazia e ci andava l’altra gente per pregare il Santo per proteggerla dal morso del serpente e dal morso della Taranta.
E andava mia madre. Si univano diverse amiche e andavano a Galatina. A piedi. Io non la vidi mai partire. Si alzavano la mattina presto, molto prima del sorgere del sole, e andavano. La vedevo quando ritornava, ma non l’aspettavo mai con molta gioia. Eppure ritornava sempre con qualche cosuccia per noi piccolini. Ma io avevo paura per ciò che mi doveva raccontare. E ci raccontava delle tarantate: buttate per terra, come si contorcessero, come riuscissero a passare attraverso i pali delle sedie, come si arrampicassero sull’altare. E fare attenzione perché si avventavano sulla gente vestita con abiti un po' più appariscenti. E poi, ancora, per devozione dovevi attingere e bere l’acqua da un pozzo collocato all’interno della chiesa e pieno di serpi.
Non era un racconto, era la verità! Ed era tanta la paura, tanto il dolore, il patos che avvertivo, che bastava che mi passasse dalla mente o udire il nome Paolo per sentirmi a disagio.
Adesso ogni estate, ci sono diversi anni, qui in Grecìa Salentina si tiene una manifestazione chiamata “Notte della Taranta”: in ogni paese si tiene un concerto, e si chiude con un megaconcerto a Melpignano, dove si raccolgono migliaia di persone per ascoltare gente, artisti, che vengono da ogni parte a cantare al suono della pizzica. La gente si diverte. I giovani non vanno trovando altro. Passare la notte tranquillamente. Ballare senza pensieri fino al mattino.
Sono notti di gioia, di risa. Sono notti felici.
Quanto costano, quanto valgono queste manifestazioni? Non importa. Abbiamo diritto pure noi ad aver parte al debito pubblico.
Ma cosa ha da spartire tutto questo con la paura della taranta? Con il dolore della Tarantata? Dove sta nascosto san Paolo?
Mischia tutto e commetti peccato. Mischia tutto e arrechi danno. Mischia tutto e non si capisce più niente. Mischia tutto e recidi le radici.
Forse sarebbe stato meglio chiamarla “notte della pizzica”. Nessuno avrebbe potuto dire niente.
Forse.
E se le cose no stessero proprio cosi? E se al giorno d’oggi la vita non è poi così bella, cosi spensierata, cosi felice come può sembrare? E se la gente si sentisse sola più di una volta? Imbrogliata dalla vita che non mantiene ciò che promette? Con i soldi che non sono sufficienti per tutto il mese? Con i giovani che non riescono a trovare un lavoro? E’ possibile che si cerchi di scaricare la rabbia con la pizzica?
Morsicati dalla globalizzazione balliamo. Balliamo la pizzica. Balliamo la pizzica per esorcizzare il male. Balliamo la pizzica la notte della taranta.
Balliamo per la Taranta, nuovo Dio.
Può essere.

Giuseppe De Pascalis

Mietitura e Trebbiatura (Terìmmata ce alònimma)

Il sole dell’estate fa il mare splendente con colori un po’ azzurri e un po’ verdi, e i campi con le spighe di grano sembrano d’oro.
E’ arrivato giugno con il suo caldo ed in alcuni luoghi arriva il tempo delle messi; anche in Salento ed in Grecia. In Puglia ci sono molti campi in cui matura ottimo grano duro, conosciuto in tutta Italia; nel Salento con la farina di questo grano si fa la pasta e delle belle friselle, che la mia amica di Calimera ogni tanto mi invia tramite posta. Le preparo con olio, pomodori, poco origano, formaggio e diventano golosissime.
Di Friselle ce ne sono di diversi tipi in Grecia, ma quelle del Salento sono migliori.
Il Grano (Triticum sp) e l’orzo sono le prime piante che l’uomo coltivò migliaia di anni addietro e nella storia hanno rappresentato il più importante cibo del mondo.
Nell’antica Grecia e nell’antica Roma si raccontava che Triptòlemos sia stato il primo uomo a cui Dèmetra, dea della terra, abbia dato il seme e l’aratro e gli insegno ad arare e a seminare. Era ancora piccolino quando lo incontro Dèmetra. Lo amò e lo allevo come fosse suo figlio e gli insegno ad essere un uomo buono e retto che sappia intendere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Gli diede inoltre un carro d’oro volante e lo mando per il mondo ad istruire le genti a seminare.
Sino a pochi anni fa, quando ancora non c’erano macchine gli uomini aravano la terra, il più delle volte con una coppia di buoi, e seminavano; mietevano con la falce; con le bestie, cavalli e buoi, trebbiavano il grano.
Mia madre, che quando era giovane, sull’isola di Rodi, andava alcune volte con i suoi fratelli a trebbiare, mi ha raccontato delle tradizioni legate a questo avvenimento e mi recitò alcune canzoni che le donne cantavano mentre si trebbiava e che si assomigliano a quelle della Grecia Salentina:
Vorrei saper dove stai trebbiando,
per mandarti un bel fazzoletto
per asciugare il sudore che ti scende.

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In mezzo alle spighe di grano vieni!
Nessuno ci vede
All’infuori delle stelle e della luna
E non diranno niente quelli lì.
Molte delle vecchie tradizioni i ragazzi non le conoscono affatto. I grandi non le insegnano ai loro piccoli. La vita era una gran fatica per i nostri avi. In quel tempo le persone si recavano a mietere quando il grano era maturo iniziando dall’alba quando, il gallo cominciava a cantare, fino a sera. Ogni famiglia aveva le proprie messi, però quelle che avevano molti campi chiamavano atri uomini per lavorare.
Gli uomini quando tagliavano i grano facevano dei manipoli li legavano con lo stesso grano e li lasciavano per terra. Dietro di loro passavano i “jermitari” che gli raccoglievano e facevano il covone. Venti covoni costituiscono la biga di grano. Lo disponevano in bighe se pioveva, altrimenti se c’era il sole lo disponevano più diritto (aperto) affinché si seccasse fino a quando lo trasportavano vicino all’aia pulita e lo ammassavano in grandi bighe.
Per trebbiare, facevano girare le bestie sull’aia con una pietra legata dietro che passando sopra il grano sfregando le spighe. C’era anche un altro uomo che con la forca rivoltava le spighe finche il grano non era trebbiato per bene ed era pronto per essere ventilato.
Liberata l’aia dal grosso della paglia, alzavano con le mani o con una pala di legno il grano mischiato con le reste e con la paglia sottile e lo lasciavano affinché venisse ventilato.
Le reste volavano col vento mentre i semi del grano ricadevano sull’aia. Tutto ciò non si poteva fare se non soffiava abbastanza vento. Successivamente il grano trebbiato e ventilato veniva setacciato e veniva tolto il loglio (zizzania).
Nel caldo di giugno e di luglio, coloro che lavorano le messi, a mezzogiorno, si rifugiavano nella fresca ombra della quercia vallonea e li sotto mangiavano e si riposavano. Il mangiare consisteva in fagioli cotti, verdure, cipolla dell’orto, pane, formaggio ulive ed acqua fresca. Le donne parlavano e chiacchieravano, e le giovanette ridendo contente pensavano alla festa che si faceva a fine lavori: “il capucanale”.
Poche spighe di grano non venivano tagliate, venivano lasciate nei campi perché le cogliessero le giovinette. Con queste spighe si intrecciavano forme di bambole di cuori e di pettini. Venivano legate con filo colorato e poi, portate a casa, venivano appese al muro per tutto l’anno. Sono antiche tradizioni greche che stanno a significare che nelle spighe è custodita la forza della nascita del grano, che si mantiene vivo nella casa e porta benedizione per le semine dell’anno a venire.
Altra tradizione era la seguente: quando finiva la mietitura sull’ultimo covone tutti gli uomini mettevano la loro falce una sull’altra e inginocchiati recitavano una preghiera per il buon grano e per l’abbondanza che aveva dato la terra. Prima che le falci venissero riprese un uomo aspergeva d’acqua le teste dei mietitori e le loro falci come segno di benedizione affinché ci fossero abbondanti piogge per la semina del prossimo anno.
Il “Capucanale” l’ offriva la padrona di casa a tutti parenti e a tutti coloro che avevano partecipato ai lavori di mietitura. Si faceva festa con musica e balli, molto vino e molto cibo. Bisognava cucinare anche qualcosa fatto con la farina del grano in onore alla terra: maccheroni, pane di grano, “pittule” e dolci come le “cartellate” con sopra il miele; molta verdura e, dagli alberi, frutta fresca.
Nella mitologia della antica Grecia, Dèmetra era la madre della terra e del grano, però il dio Apòllona era colui che custodiva i campi e gli alberi e così quando finiva la mietitura veniva fatto a lui dedicato un ringraziamento, gli veniva offerto grano cucinato con dentro della frutta.
Primi di Apòllona facevano la stessa cosa per il dio Sole.
Dopo la trebbiatura veniva impastato il primo pane , “thàrgalos”, con la nuova farina e veniva offerto in onore a Dèmetra.
Nell’antica Roma dove vi era la festa di Ceriala, la gente faceva dei piccoli pani sempre in onore di Cères (Dèmetra).
Nel paese di mia madre ancora oggi si fa questo pane con il segno della croce sopra(stavròtsomo), lo lasciano la notte vicina alla fontana e la persona che lo trova sarà fortunato, poiché farà buone semine l’anno prossimo

“Buone cose hai fatto, buone parole hai? Detto
oggi rallegrati; come hai seminato, mieterai”
Aprile
traud.313