Oggi tutti andiamo a scuola e possiamo apprendere di tutto. Possiamo comprare libri quanti ne vogliamo e con pochi euro possiamo avere un’enciclopedia su DVD. E cosa dobbiamo dire poi della televisione: è sufficiente accendere per apprendere ciò che vuoi ed esche ciò che non ti interessa ed apprendere le novità là per là. Per non parlare poi di internet, pozzo smisurato: non c’è cosa, non esiste notizia che non si possa trovare; basta un niente per apprendere come fare. Mia moglie, che non conosce niente di computer ha appreso prestissimo, e devi vedere come si tiene grande con le sue amiche. Le dice: vai su “gogòl” immetti la parola che ti occorre e trovi ciò che vuoi. E veramente fa così quando le occorre qualcosa per il lavoro o cerca qualcosa di nuovo da cucinare.
Una volta non c’era niente di tutto ciò e a scuola erano pochi coloro che potevano andarci.
Questo mi diceva mio zio parlando di scuola:
Mio fratello maggiore non sapeva fare niente, a malapena negli ultimi tempi riusciva a mettere la firma.
Il medio fece la terza e non è cosa da niente, è, se non proprio come l’università di adesso, quasi.
Io non sono andato mai un giorno a scuola; non è che io sappia niente, però una cosa, anche se non la capisco molto, la leggo; non so scrivere bene, però scrivo. Che poi su le pale dovevi scrivere, sulle pale di ficodindia, la pala faceva da quaderno. Ricordo che la moltiplicazione non mi usciva mai, perché invece di iniziare da dietro, iniziavo davanti; una volta iniziai da qui, da dietro ed uscì, così imparai a fare le moltiplicazioni da solo.
Tutte le conoscenze ti venivano da ciò che ti raccontavano i più grandi e da quello che sapevi vedere quando osservavi ciò che il mondo mostra.
E sempre parlando con mio zio questo mi raccontava parlando di api. Ascoltatelo.
Zi: noi le avevamo le api, le avevamo qui sopra, sopra il terrazzo, che poi gli facevano tutte le lenzuola gialle.
Gi: perché?
Zi: quelli non raccolgono quella polvere che c’è dentro i fiori, il polline, come si chiama diversamente? Quelli la raccolgono, tu sai che la raccolgono, vero?
Gi: per mangiare, no!
ZI: no, là non mangiano i grandi, essi mangiano miele, non mangiano fiori. Quello non è per far mangiare le mamme, i grandi, le api; quello lo mettono dentro che ci sono i piccolini, affinché si nutrano.
Quindi lo raccolgono tra le zampette, facendo delle pallottoline, poi quando ritornano lì (all’alveare) lo devono nuovamente tirare piano piano e lo devono mettere lì dentro, che lì dentro ci sono le larvette. Le hai viste?
Gi: no.
Zi: no! Lì dentro ci sono le uova che fa la mamma, da lì dentro escono le larvette, che piano piano diventano grandi, e mangiano quella polvere che mettono le api. Lì non è la madre che comanda, comanda la famiglia. Non è la madre che fa quelle diverse (tante) cose, che lì si devono fare tante cose.
Quando devono fare (predisporre per) la mamma devono fare già il buco diverso, la cella. Devono fare una cosa, uno spuntone così lungo, che sta da parte, in una estremità, oppure alcune volte lo fanno nel mezzo, nel pettine. La fanno però sempre più grande, perché là la madre è sempre più grande, è più lunga. E lì dentro non mettono polvere. Non è che la mamma nasce mamma perché ha fatto l’uovo di mamma, nasce mamma con ciò che mettono i figli, quelle, operaie si chiamano, ma figlie di quella sono. Lì dentro non mettono polvere, mettono ciò che si chiama pappa reale.
Quella non è che c’è dappertutto lì dentro, la mettono soltanto dentro quei buchi grandi dove devono nascere le regine.
Quella soltanto è pappa reale, la dove nascono quelli che devono lavorare mettono quella polvere che si trova nei fiori.
Qualche volta nascono tutti maschi, che non sono i fuchi. Allora lì la famiglia viene (va) in fallimento. Quelli o si ammazzano o muoiono lentamente, perché non c’è nessuno che lavori. Quelli non lavorano, non vanno a trovare da mangiare, a fare provviste, stanno sempre a darsi botte, per ammazzarsi. Ma sono poche le volte che succede questa cosa. Gli altri invece escono dagli alveari, fanno il miele, fanno la cera, fanno tutte le cose che occorrono. Raccolgono quel succo di fiore che poi diventa miele. Non è che lo cagano dal sedere, lo rigurgitano nuovamente dalla bocca. Hanno una cosa qui sotto e la riempiono di quel liquido che poi dopo giorni matura e diventa miele. Quello tu non lo vedi quando lo trasportano, perché lo tengono nell’interno, come i piccioni, come gli uccelli che lo tengono qui vicino, poi lo rigurgitano di nuovo e lo mettono dentro i buchi.
Gi: allora abbiamo..
Zi: quello dei piedi è quello che mettono da mangiare a quei vermicelli che poi diventeranno api, il succo di fiori che poi diventa miele e la pappa reale che io adesso non so da dove lo raccolgano, come fanno a trovarlo, vedi che è una cosa come latte che mettono nella cella, lì dove deve nascere la regina.
Gi: e le lenzuola?
Zi: le robe poi dovevamo toglierle, perché quando faceva vento venivano stanchi, specialmente che stavano sopra, si appoggiavano lì e facevano tutta la biancheria gialla, perché avevano quei piedi pieni di fiori (polline) e la sporcavano no!
Gi: come fai a sapere queste cose?
Zi: io non è che ho appreso queste cose perché me le abbiano dette, ma come ho appreso tante cose da solo, ho imparato anche ciò che fanno le api.
Una volta che non esisteva niente, né giornali, né televisione, né libri, né internet, quanto valeva il sapere della persone anziane, quanto era bello e dolce il racconto del nonno. Adesso tutto questo non serve più a niente. L’intelligenza, i saperi delle persone di fronte ad internet, di fronte alla televisione si perdono, non servono. Dietro non si può tornare, è da stupido pensare questo, ma dimenticare che sei, da dove vieni, chiudere col passato, recidere le radici, vendere l’identità al dio della modernità neanche è cosa buona.
Che non si rompa mai la macchina!
Giuseppe De Pascalis
sabato 6 settembre 2008
Il malocchio
Cos’è il malocchio?
Il malocchio, dicono, viene con uno sguardo insieme ad un pensiero che ti mandano le donne che hanno la potenza di fare male alle persone, agli animali e agli alberi, tuttavia coloro che fanno il malocchio non sanno che possono far del male. E’ sufficiente che ammirino qualcosa o qualche bambino che sia bello e grassottello o che invidino qualche persona perché gli mandino il malocchio.
È una delle più antiche superstizioni del mondo a cui la gente crede da migliaia di anni. Coloro che credono appendo davanti alla porta di casa una staffa di cavallo insieme ad un aglio per potersi proteggere dal malocchio. Dicono che sono poche le persone nate con la potenza di gettare il malocchio. Così scrisse Plutarco (46-120 dc) nel suo libro Perì katà ton vaskènin legòmenon ce vàskanon èchi ofthalmòn” e Virgilio (70 –19 ac) disse: :”nescio quis teneros oculos mihi fascinat agnum“.
Alcuni anni addietro si credeva che il malocchio lo possedessero le donne anziane con gli occhi verdi o azzurri. Nei piccoli villaggi, in Grecia, quando riconoscono una donna che è una iettatrice fuggono lontano da lei senza guardarla negli occhi. Col malocchio la persona si ammala, fa sbadigli, può avere vomiti, diarrea e gli viene il mal di testa; il bambino piccolo piange ed ha caldo; gli alberi si spogliano dalle foglie e gli cadano i frutti. Nel Salento ed in altri luoghi d’Italia la gente, che ancora oggi ci crede, porta con se amuleti come cornetti fatti di argento o di oro oppure cornetti di corallo. Uomini e donne gli appendono al petto per tenere lontano il malocchio.
“Vàscamma” è una parola vecchia greca ed in latino e detto “Fascinum”, ed in italiano vuol dire “affascinare” ed anche malocchio. Nell'isola di Rodi ed in tutta la Grecia dove il “Vàscama “è detto anche “Ammàtiasma” hanno, come in medio oriente, tutto di colore azzurro: la pietra dell’anello, la perla della catenina e ciò che richiama il segno dell’occhio e che oggi vendono in tutti i negozi turistici. Coloro che hanno addosso il colore azzurro sono aiutati a non prendere il malocchio.
Hanno pure il “filahtò*”: un piccolo guanciale pieno con cose contro il malocchio. Le persone mettono dentro preghiere e una croce, i musulmani e gli ebrei che credono pure al malocchio, mettono le loro cose. Questo guancialetto viene appeso ai vecchi e ai bambini piccoli che il malocchio li prende più di frequente. Per questo in Grecia ed in medio oriente quando nasceva il bambino doveva stare quaranta giorni chiuso in casa prima di poter essere veduto dalla gente, perché la mamma aveva paura che lo ammaliassero. Dopo i quaranta giorni portava il bambino alla chiesa perché il prete lo benedisse e dopo lo poteva guardare la gente. Ogni qualvolta che le persone guardavano il bambino dovevano fare finta di sputare e dire “ftu, ftu, ftu, che non venga ammaliato”, che è il “filàfsi” (benedica). Ci sono ancora donne che conoscono le parole e sanno togliere il malocchio. Questo fanno ancora in Grecia ed in alcuni luoghi del Salento. Prima si accertano che sia veramente malocchio: riempiono una bacinella d’acqua, ungono il ditino di olio e ci fanno cadere dentro tre gocce per due volte, se le gocce spariscono non c’è fattura, se le gocce restano e diventano come occhi, la fattura c’è. Alcuni anni addietro era necessario chiamare l’ultima donna che aveva visto l’ammaliato, le davano un rametto d’olivo benedetto il giorno delle Palme e doveva dire: io ti ho ammaliato ed io ti tolgo il malocchio, quello che ho detto che non sia ben detto”. La mia amica di Calimera mi ha riferito che in Salento per togliere il malocchio riempiono una bacinella con dell’acqua, prendono nove chicchi di grano e ogni volta che vi gettavano dentro il chicco facevano il segno della croce e dicevano: ”doi occhi te ndocchiara, doi santi t’annu iutare”. Se molti chicchi restavano dritti sopra l’acqua, volava dire che il malocchio c’era ancora. Se tutti i chicchi scendevano giù nella bacinella non c’era malocchio. In Grecia per togliere il malocchio facevano così: su di una tegola accendevano dei carboni, mettevano sette foglie d’ulivo che erano state benedette dal prete il giorno delle palme e facevano investire dal fumo l’ammaliato pregando Dio così:
“Quanti occhi ti guardano, tanti santi ti aiutano..
Cristo vince e i mali disperde e tutto aiuta.
Ogni cattivo pensiero, e occhio, tolga da dosso a te…
E con tutto ciò si toglie il malocchio…
Theonia Diakidis
Il malocchio, dicono, viene con uno sguardo insieme ad un pensiero che ti mandano le donne che hanno la potenza di fare male alle persone, agli animali e agli alberi, tuttavia coloro che fanno il malocchio non sanno che possono far del male. E’ sufficiente che ammirino qualcosa o qualche bambino che sia bello e grassottello o che invidino qualche persona perché gli mandino il malocchio.
È una delle più antiche superstizioni del mondo a cui la gente crede da migliaia di anni. Coloro che credono appendo davanti alla porta di casa una staffa di cavallo insieme ad un aglio per potersi proteggere dal malocchio. Dicono che sono poche le persone nate con la potenza di gettare il malocchio. Così scrisse Plutarco (46-120 dc) nel suo libro Perì katà ton vaskènin legòmenon ce vàskanon èchi ofthalmòn” e Virgilio (70 –19 ac) disse: :”nescio quis teneros oculos mihi fascinat agnum“.
Alcuni anni addietro si credeva che il malocchio lo possedessero le donne anziane con gli occhi verdi o azzurri. Nei piccoli villaggi, in Grecia, quando riconoscono una donna che è una iettatrice fuggono lontano da lei senza guardarla negli occhi. Col malocchio la persona si ammala, fa sbadigli, può avere vomiti, diarrea e gli viene il mal di testa; il bambino piccolo piange ed ha caldo; gli alberi si spogliano dalle foglie e gli cadano i frutti. Nel Salento ed in altri luoghi d’Italia la gente, che ancora oggi ci crede, porta con se amuleti come cornetti fatti di argento o di oro oppure cornetti di corallo. Uomini e donne gli appendono al petto per tenere lontano il malocchio.
“Vàscamma” è una parola vecchia greca ed in latino e detto “Fascinum”, ed in italiano vuol dire “affascinare” ed anche malocchio. Nell'isola di Rodi ed in tutta la Grecia dove il “Vàscama “è detto anche “Ammàtiasma” hanno, come in medio oriente, tutto di colore azzurro: la pietra dell’anello, la perla della catenina e ciò che richiama il segno dell’occhio e che oggi vendono in tutti i negozi turistici. Coloro che hanno addosso il colore azzurro sono aiutati a non prendere il malocchio.
Hanno pure il “filahtò*”: un piccolo guanciale pieno con cose contro il malocchio. Le persone mettono dentro preghiere e una croce, i musulmani e gli ebrei che credono pure al malocchio, mettono le loro cose. Questo guancialetto viene appeso ai vecchi e ai bambini piccoli che il malocchio li prende più di frequente. Per questo in Grecia ed in medio oriente quando nasceva il bambino doveva stare quaranta giorni chiuso in casa prima di poter essere veduto dalla gente, perché la mamma aveva paura che lo ammaliassero. Dopo i quaranta giorni portava il bambino alla chiesa perché il prete lo benedisse e dopo lo poteva guardare la gente. Ogni qualvolta che le persone guardavano il bambino dovevano fare finta di sputare e dire “ftu, ftu, ftu, che non venga ammaliato”, che è il “filàfsi” (benedica). Ci sono ancora donne che conoscono le parole e sanno togliere il malocchio. Questo fanno ancora in Grecia ed in alcuni luoghi del Salento. Prima si accertano che sia veramente malocchio: riempiono una bacinella d’acqua, ungono il ditino di olio e ci fanno cadere dentro tre gocce per due volte, se le gocce spariscono non c’è fattura, se le gocce restano e diventano come occhi, la fattura c’è. Alcuni anni addietro era necessario chiamare l’ultima donna che aveva visto l’ammaliato, le davano un rametto d’olivo benedetto il giorno delle Palme e doveva dire: io ti ho ammaliato ed io ti tolgo il malocchio, quello che ho detto che non sia ben detto”. La mia amica di Calimera mi ha riferito che in Salento per togliere il malocchio riempiono una bacinella con dell’acqua, prendono nove chicchi di grano e ogni volta che vi gettavano dentro il chicco facevano il segno della croce e dicevano: ”doi occhi te ndocchiara, doi santi t’annu iutare”. Se molti chicchi restavano dritti sopra l’acqua, volava dire che il malocchio c’era ancora. Se tutti i chicchi scendevano giù nella bacinella non c’era malocchio. In Grecia per togliere il malocchio facevano così: su di una tegola accendevano dei carboni, mettevano sette foglie d’ulivo che erano state benedette dal prete il giorno delle palme e facevano investire dal fumo l’ammaliato pregando Dio così:
“Quanti occhi ti guardano, tanti santi ti aiutano..
Cristo vince e i mali disperde e tutto aiuta.
Ogni cattivo pensiero, e occhio, tolga da dosso a te…
E con tutto ciò si toglie il malocchio…
Theonia Diakidis
venerdì 25 luglio 2008
L'ulivo con i rami rotti
L'ulivo con i rami rotti
In un campo incolto un grande ulivo piangeva di nascosto. Da una siepe lo udì un piccolo ulivo selvatico e gli chiese:
-fratello cosa hai che piangi?
- Cosa ho, non si vede che ho tutti i rami rotti?
- Ma cosa ho fatto agli uomini che ogni anno vengono e mi bastonano? Che cosa ho fatto loro perché mi facciano tanti torti?
- Stupido, chiedi cosa gli abbia fatto? gli hai fatto avere troppe ulive.
Giuseppe De Pascalis
In un campo incolto un grande ulivo piangeva di nascosto. Da una siepe lo udì un piccolo ulivo selvatico e gli chiese:
-fratello cosa hai che piangi?
- Cosa ho, non si vede che ho tutti i rami rotti?
- Ma cosa ho fatto agli uomini che ogni anno vengono e mi bastonano? Che cosa ho fatto loro perché mi facciano tanti torti?
- Stupido, chiedi cosa gli abbia fatto? gli hai fatto avere troppe ulive.
Giuseppe De Pascalis
mercoledì 23 luglio 2008
ZOLLINO:Vita Nuova al Centro Polivalente per Anziani
Da molti mesi nel Centro Anziani di Zollino è iniziata una nuova vita. Il sindaco e la sua giunta hanno sollecitato i cittadini ad organizzarsi per usare il centro come momento di aggregazione.
Si è giunti alla formazione di un “Comitato degli Iscritti”, che si incarica di proporre le attività.
Si registra una gran frenesia che si esplica nel lavoro, nel canto e nel gioco.
Ogni giovedì, alle diciannove e trenta, uomini e donne si incontrano per cantare canzoni appartenenti alla tradizione popolare dei loro avi. “Ci definiamo Antichi Canterini, e il nostro emblema è rappresentato dalla canzone Tanto pè cantà: una canzone allegra e spensierata, così come aspiriamo ad essere anche noi! Accompagniamo le cantate con qualche boccone e con qualche bicchiere di vino, e poi......una, due, tre ed anche quattro voci riusciamo ad esprimere: non potete comprendere senza ascoltarci”.
E' stata organizzata la prima Serata Spensierata, e sono stati invitati tutti i cittadini zollinesi, che hanno potuto ammirare il nostro modo di cantare.
Abbiamo ripristinato i campi di bocce, ed ora chiunque lo voglia, può praticare il gioco liberamente con i suoi amici e/o amiche.
Abbiamo intrapreso il laboratorio di scultura. Due maestri, Giuseppe e Benito, ci guidano nell'apprendimento e in questo modo impieghiamo il nostro tempo libero. Benito, con l'aiuto di molti frequentatori del Centro, sta costruendo un forno in pietra leccese. Ogni volta che ci ritroviamo a lavorare ci fornisce le indicazioni operative. “Il forno si realizza con blocchi di pietra leccese refrattaria, che è reperibile solo nelle nostre cave. Il pane cuoce in circa un'ora”. Ecco le modalità e le fasi di realizzazione di un forno:
Con un filo di ferro, fissato al terreno da un lato, si traccia una circonferenza. Si chiude la circonferenza con i blocchi di pietra refrattaria, con l'accortezza di iniziare dalla bocca del forno. Precedentemente si avrà cura di predisporre un modello di cartone utilizzato per preparare i blocchetti di pietra. Su questa prima circonferenza si realizzerà la seconda con i cosiddetti “somarelli”, si chiuderà la volta con gli archetti. Una volta realizzato il modello, si riprendono in ordine tutti i blocchetti e si posizionano nella sede definitiva e si cementano.
A questo punto nel forno possiamo cuocere pane, carne, agnello, maiale, legumi, ........... Nel forno cuociono meglio gli alimenti.
Dalle attività descritte in precedenza si intuisce il tipo di vita nuova che caratterizza attualmente il Centro Anziani. Uomini e donne, piano piano si avvicinano a noi, in quanto desiderano stare in compagnia, per fare nuove amicizie e per continuare ad apprendere, per continuare ad essere dinamici, allegri e spensierati.
Francesco Chiga
Si è giunti alla formazione di un “Comitato degli Iscritti”, che si incarica di proporre le attività.
Si registra una gran frenesia che si esplica nel lavoro, nel canto e nel gioco.
Ogni giovedì, alle diciannove e trenta, uomini e donne si incontrano per cantare canzoni appartenenti alla tradizione popolare dei loro avi. “Ci definiamo Antichi Canterini, e il nostro emblema è rappresentato dalla canzone Tanto pè cantà: una canzone allegra e spensierata, così come aspiriamo ad essere anche noi! Accompagniamo le cantate con qualche boccone e con qualche bicchiere di vino, e poi......una, due, tre ed anche quattro voci riusciamo ad esprimere: non potete comprendere senza ascoltarci”.
E' stata organizzata la prima Serata Spensierata, e sono stati invitati tutti i cittadini zollinesi, che hanno potuto ammirare il nostro modo di cantare.
Abbiamo ripristinato i campi di bocce, ed ora chiunque lo voglia, può praticare il gioco liberamente con i suoi amici e/o amiche.
Abbiamo intrapreso il laboratorio di scultura. Due maestri, Giuseppe e Benito, ci guidano nell'apprendimento e in questo modo impieghiamo il nostro tempo libero. Benito, con l'aiuto di molti frequentatori del Centro, sta costruendo un forno in pietra leccese. Ogni volta che ci ritroviamo a lavorare ci fornisce le indicazioni operative. “Il forno si realizza con blocchi di pietra leccese refrattaria, che è reperibile solo nelle nostre cave. Il pane cuoce in circa un'ora”. Ecco le modalità e le fasi di realizzazione di un forno:
Con un filo di ferro, fissato al terreno da un lato, si traccia una circonferenza. Si chiude la circonferenza con i blocchi di pietra refrattaria, con l'accortezza di iniziare dalla bocca del forno. Precedentemente si avrà cura di predisporre un modello di cartone utilizzato per preparare i blocchetti di pietra. Su questa prima circonferenza si realizzerà la seconda con i cosiddetti “somarelli”, si chiuderà la volta con gli archetti. Una volta realizzato il modello, si riprendono in ordine tutti i blocchetti e si posizionano nella sede definitiva e si cementano.
A questo punto nel forno possiamo cuocere pane, carne, agnello, maiale, legumi, ........... Nel forno cuociono meglio gli alimenti.
Dalle attività descritte in precedenza si intuisce il tipo di vita nuova che caratterizza attualmente il Centro Anziani. Uomini e donne, piano piano si avvicinano a noi, in quanto desiderano stare in compagnia, per fare nuove amicizie e per continuare ad apprendere, per continuare ad essere dinamici, allegri e spensierati.
Francesco Chiga
lunedì 14 luglio 2008
Qualche volta il grico paga
La storia che vi racconto questa volta è quella capitata a Biagio Chiriatti, meglio conosciuto come Biagio “Maseddha” e che mi raccontava l’altro giorno. Ascoltatela.
Alcuni anni fa, quando ero giovanotto stavo facendo il soldato dalle parti di Roma. Un giorno non mi sentii molto bene e mi portarono all’ospedale del “Celio” a Roma. Mi fecero la visita e tutte le analisi e non uscì niente. Quando il colonnello medico passò tra i letti per visitare i malati e giunse vicino a me e guardò le carte, vedendo che non avevo niente mi disse:
- Tu sei sano, non hai niente, sei venuto qua per vedere se di danno un po’ di convalescenza?
- No, risposi io, mi hanno portato qua perché mi sono sentito male. Non mi sono fatto portare qua perché mi diate della convalescenza.
Il dottore continuò a leggere le carte e vide che venivo da Martano. Non appena si accorse di questo subito chiese nuovamente:
- Allora tu sei di Martano?
- Si, dissi io, sono di Martano.
- Ed il grico lo capisci, lo capisci il grico? Lo sai parlare?
- Lo capisco bene, dissi, ma a parlarlo non lo so molto.
- E dimmi come si chiama il cuore?
- “Cardìa”, risposi presto.
- E testa?
- “Ciofali” risposi nuovamente io.
Insomma, per farla breve, mi chiese per diverse volte (la traduzione di altre parole) poi mi salutò e continuò a visitare i malati.
Adesso dobbiamo sapere che il colonnello non era dalla Grecìa Salentina, ma proveniva da un paese del “Capo di Leuca” ed era uno di quelli, come tanti che, una volta incontrato il grico, ne rimangono ammaliati e chi sa cosa farebbero per questa lingua. Ed è una fascinazione che non gliela togli da dosso per tutta la vita. Per cui farebbero di tutto per apprendere la lingua e la storia ad essa legata e magari qualsiasi cosa e qualsiasi persona che “sa” di grico gli sembra che cosa debba essere.
L’indomani (il medico) non passò, ma passo la monaca che lavorava nell’ospedale e mi disse:
- Alzati e vai a trovare il colonnello che ti sta spettando. E’ nel suo studio..
Mi alzai ed andai a trovare il colonnello. Quando entrai dentro, il colonnello mi disse:
- Stai tranquillo che non hai niente, ciò che ti è venuto era cosa leggera e adesso è tutto passato.
- Ma io voglio mandarti a casa in licenza perché sai il grico, pochi giorni, ma ti mando a Martano.
Così fece, mi diete venti giorni di convalescenza, ma prima di partire mi disse se potevo comprarli il libro del Rohlfs “Scavi linguistici…”. Partì ed arrivai a Martano. Era d’estate e subito presi a divertirmi con i miei amici, andando girando di qua e di là, andando al mare, insomma feci un po’ di bella vita. Ma avevo dimenticato di comprare il libro al colonnello. Mi venne in mente soltanto negli ultimi giorni e allora cominciai ad andar correndo per ogni dove, ma il libro non lo trovavo.
Mi suggerirono allora di chiedere al Professore Sicuro e così feci. Costui mi disse di chiedere alla libreia “Atena” di Galatina. Così feci, andai, chiesi, il titolare andò a cercare tra i libri e dopo un poco ritorno con il libro e mi disse: sei fortunato, questa è l’ultima copia.
La comprai ed il giorno successivo partii nuovamente per andare a Roma.
Andai a trovare nuovamente il colonnello e gli portai il libro. Questi quando lo vide si rallegro molto e mi disse: vedi, avete una lingua che non si trova da nessuna parte, c’è gente che (per quella), e mi mostrava il libro, passa la vita a studiarla, ogni parola di questa lingua vale oro, tenetela stretta, fate che non si perda.
Continuò a tessere ancora alcuni elogi verso grico e poi mi disse: tu mi sembri un bravo figliuolo, tanto mi viene di darti ancora qualche giorno. E così fece, mi diede ancora venti giorni di convalescenza. Lo ringraziai, lo salutai e andai via, ma quando ero ancora sulla porta mi disse: non dimenticare il grico. E non lo vidi più.
Alcune volte il grico paga, non diciamo più che il grico non serve. Quaranta giorni di convalescenza, tanto vale il nostro grico? Per noi, di qua della Grecìa, molte volte, molto di meno ancora.
Giuseppe De Pascalis
Alcuni anni fa, quando ero giovanotto stavo facendo il soldato dalle parti di Roma. Un giorno non mi sentii molto bene e mi portarono all’ospedale del “Celio” a Roma. Mi fecero la visita e tutte le analisi e non uscì niente. Quando il colonnello medico passò tra i letti per visitare i malati e giunse vicino a me e guardò le carte, vedendo che non avevo niente mi disse:
- Tu sei sano, non hai niente, sei venuto qua per vedere se di danno un po’ di convalescenza?
- No, risposi io, mi hanno portato qua perché mi sono sentito male. Non mi sono fatto portare qua perché mi diate della convalescenza.
Il dottore continuò a leggere le carte e vide che venivo da Martano. Non appena si accorse di questo subito chiese nuovamente:
- Allora tu sei di Martano?
- Si, dissi io, sono di Martano.
- Ed il grico lo capisci, lo capisci il grico? Lo sai parlare?
- Lo capisco bene, dissi, ma a parlarlo non lo so molto.
- E dimmi come si chiama il cuore?
- “Cardìa”, risposi presto.
- E testa?
- “Ciofali” risposi nuovamente io.
Insomma, per farla breve, mi chiese per diverse volte (la traduzione di altre parole) poi mi salutò e continuò a visitare i malati.
Adesso dobbiamo sapere che il colonnello non era dalla Grecìa Salentina, ma proveniva da un paese del “Capo di Leuca” ed era uno di quelli, come tanti che, una volta incontrato il grico, ne rimangono ammaliati e chi sa cosa farebbero per questa lingua. Ed è una fascinazione che non gliela togli da dosso per tutta la vita. Per cui farebbero di tutto per apprendere la lingua e la storia ad essa legata e magari qualsiasi cosa e qualsiasi persona che “sa” di grico gli sembra che cosa debba essere.
L’indomani (il medico) non passò, ma passo la monaca che lavorava nell’ospedale e mi disse:
- Alzati e vai a trovare il colonnello che ti sta spettando. E’ nel suo studio..
Mi alzai ed andai a trovare il colonnello. Quando entrai dentro, il colonnello mi disse:
- Stai tranquillo che non hai niente, ciò che ti è venuto era cosa leggera e adesso è tutto passato.
- Ma io voglio mandarti a casa in licenza perché sai il grico, pochi giorni, ma ti mando a Martano.
Così fece, mi diete venti giorni di convalescenza, ma prima di partire mi disse se potevo comprarli il libro del Rohlfs “Scavi linguistici…”. Partì ed arrivai a Martano. Era d’estate e subito presi a divertirmi con i miei amici, andando girando di qua e di là, andando al mare, insomma feci un po’ di bella vita. Ma avevo dimenticato di comprare il libro al colonnello. Mi venne in mente soltanto negli ultimi giorni e allora cominciai ad andar correndo per ogni dove, ma il libro non lo trovavo.
Mi suggerirono allora di chiedere al Professore Sicuro e così feci. Costui mi disse di chiedere alla libreia “Atena” di Galatina. Così feci, andai, chiesi, il titolare andò a cercare tra i libri e dopo un poco ritorno con il libro e mi disse: sei fortunato, questa è l’ultima copia.
La comprai ed il giorno successivo partii nuovamente per andare a Roma.
Andai a trovare nuovamente il colonnello e gli portai il libro. Questi quando lo vide si rallegro molto e mi disse: vedi, avete una lingua che non si trova da nessuna parte, c’è gente che (per quella), e mi mostrava il libro, passa la vita a studiarla, ogni parola di questa lingua vale oro, tenetela stretta, fate che non si perda.
Continuò a tessere ancora alcuni elogi verso grico e poi mi disse: tu mi sembri un bravo figliuolo, tanto mi viene di darti ancora qualche giorno. E così fece, mi diede ancora venti giorni di convalescenza. Lo ringraziai, lo salutai e andai via, ma quando ero ancora sulla porta mi disse: non dimenticare il grico. E non lo vidi più.
Alcune volte il grico paga, non diciamo più che il grico non serve. Quaranta giorni di convalescenza, tanto vale il nostro grico? Per noi, di qua della Grecìa, molte volte, molto di meno ancora.
Giuseppe De Pascalis
domenica 13 luglio 2008
GRIKO, SCUOLA ED AMORE
GRIKO, SCUOLA ED AMORE
Il 24 di Aprile si è tenuta a Martano la prima Assemblea dell’Associazione GRIKA MILUME.
Il Presidente e i Soci, anche venuti da lontano, per la prima volta si sono riuniti tutti insieme per discutere delle attività sinora svolte e di quelle ancora da svolgersi.
Tutti hanno espresso la loro opinione.
Abbiamo discusso della SPITTA: cosa scrivere, come scrivere, perché o per chi scrivere; a cosa serve oggi scrivere in grico.
Abbiamo discusso delle iniziative che l’Associazione Grika Milùme ha realizzato e delle altre che vorremmo realizzare, con l’aiuto di tutti, perché la lingua grika e le nostre radici non si perdano.
Abbiamo discusso di lingua Grika: chi ancora oggi la parla; cosa si può fare perché la lingua non si perda e per incentivare l’uso; se la Spitta è utile per salvaguardare la lingua.
Partecipavano persone esperte di griko che hanno esposto osservazioni che ci hanno fatto discutere.
Io prendo spunto da ciò che si è detto per scrivere ciò che penso sulla lingua e la scuola.
Dal 1999 c’è una legge sulle minoranze linguistiche. Questa legge, per la prima volta, disciplina le iniziative che sono consentite per salvaguardare le lingue.
Le scuole rivestono grande importanza, dalle Materne fino all’Università.
Nelle scuole è consentito l’uso del griko; nelle scuole si può insegnare il griko agli alunni nelle ore curriculari; per gli adulti (compresi i docenti di griko) si possono fare corsi pomeridiani; l’università può istituire una Laurea in Lingua e Cultura Grika.
Le scuole, avvalendosi dell’autonomia, possono istituire nuove materie, possono inserire progetti nel POF, cosicchè ogni scuola può scegliere nuove cose da insegnare agli alunni, che non si possono trattare nelle ore curriculari o che non si fa in tempo a trattare.
Invece l’Università di Lecce ha tolto il corso in Lingua Neogreca, istituita proprio per la presenza dell’area ellenofona, ed è dubbio ora se potrà essere ripristinata.
Per gli adulti le scuole non organizzano nulla; eppure molte persone vorrebbero imparare, o semplicemente parlare, il grico.
Agli alunni nelle suole si insegna il griko, ma è molto poco.
Fanno ogni anno un’ora alla settimana, per circa dieci, quindici, settimane.
Imparano vocaboli, nomi e numeri, qualche poesia e qualche canto.
Ma sul più bello, mentre stanno imparando qualcosa, il corso finisce e ciò che hanno imparato lo dimenticano.
Nelle scuole servono più ore di griko!
Ma non è solo questo.
Gli alunni a scuola devono ascoltare come si parla in griko, devono ascoltare gli adulti che parlano griko.
E chi sono oggi le persone che parlano griko?
Sono i nonni di quegli alunni che oggi frequentano la scuola.
I nonni che parlano il griko devono stare in classe con l’insegnante di griko e parlare in griko: così i bambini acquistano la consapevolezza che la lingua ancora vive, e vive proprio sulla bocca dei loro nonni, che loro ritrovano una volta tornati a casa.
I nonni devono insegnare ai loro nipoti il griko, a scuola con l’insegnante di griko, e a casa parlando con loro il griko come lo parlano quando stanno da soli marito e moglie.
Solo così forse nascerà nel cuore dei bambini l’amore per la lingua grika.
Ma non basta neppure questo.
Gli alunni devono imparare l’alfabeto greco.
Per ogni termine griko l’insegnante deve scrivere come si dice quella parola nel greco moderno e nel greco antico, scriverla con l’alfabeto greco ma leggerla secondo la fonetica del greco moderno.
Tutto ciò in ogni liceo classico si può fare, e bene.
Solo così ciascuno potrà rendersi conto che la lingua grika somiglia molto al greco oggi parlato in Grecia, ma che è molto più antica. Tanto antica che conserva parole che il greco moderno ha perduto (appìdi, pèrsiko, frèa, ampàri, ecc.) ma che si trovano nel greco antico. Come pure che ha la stessa sintassi e morfologia del greco antico.
Ma nel griko si trovano anche termini arcaici: solo nel griko diciamo umme e degghie;
nel greco moderno e nel greco antico per dire si dicono ναι;
per dire no dicono :όχι nel greco moderno; nel greco antico ου, ουχ, ουχί.
umme deriva da ουν μεν che significa: certamente;
degghie deriva da ουδέν γε che significa: per niente..
Un’ultima cosa.
Il dialetto italiano che parliamo noi nei nostri paesi e nel Salento è la traduzione dal griko.
voju cu mangiu = telo na fao
tocca cu vau = nghizi na pao
non pozzu venire = e' sozo erti
fallu cu venga = kàmeto n'arti
dilli cu non venga = pestu na min erti
ieri fici (makà aggiu fattu) quistu = ette' èkama tuo
quistu quai = tuonne'
Rohlfs ha trattato queste tematiche.
Io penso che nelle scuole agli alunni bisogna insegnare tutto ciò, ed altro.
Serve tempo, serve personale, servono finanziamenti.
Ma tutto si può trovare (anche i finanziamenti!) se vogliamo aiutare la nostra lingua a non scomparire.
Ma serve amore.
Il griko ha bisogno di amore.
GIOVANNI FAZZI
Il 24 di Aprile si è tenuta a Martano la prima Assemblea dell’Associazione GRIKA MILUME.
Il Presidente e i Soci, anche venuti da lontano, per la prima volta si sono riuniti tutti insieme per discutere delle attività sinora svolte e di quelle ancora da svolgersi.
Tutti hanno espresso la loro opinione.
Abbiamo discusso della SPITTA: cosa scrivere, come scrivere, perché o per chi scrivere; a cosa serve oggi scrivere in grico.
Abbiamo discusso delle iniziative che l’Associazione Grika Milùme ha realizzato e delle altre che vorremmo realizzare, con l’aiuto di tutti, perché la lingua grika e le nostre radici non si perdano.
Abbiamo discusso di lingua Grika: chi ancora oggi la parla; cosa si può fare perché la lingua non si perda e per incentivare l’uso; se la Spitta è utile per salvaguardare la lingua.
Partecipavano persone esperte di griko che hanno esposto osservazioni che ci hanno fatto discutere.
Io prendo spunto da ciò che si è detto per scrivere ciò che penso sulla lingua e la scuola.
Dal 1999 c’è una legge sulle minoranze linguistiche. Questa legge, per la prima volta, disciplina le iniziative che sono consentite per salvaguardare le lingue.
Le scuole rivestono grande importanza, dalle Materne fino all’Università.
Nelle scuole è consentito l’uso del griko; nelle scuole si può insegnare il griko agli alunni nelle ore curriculari; per gli adulti (compresi i docenti di griko) si possono fare corsi pomeridiani; l’università può istituire una Laurea in Lingua e Cultura Grika.
Le scuole, avvalendosi dell’autonomia, possono istituire nuove materie, possono inserire progetti nel POF, cosicchè ogni scuola può scegliere nuove cose da insegnare agli alunni, che non si possono trattare nelle ore curriculari o che non si fa in tempo a trattare.
Invece l’Università di Lecce ha tolto il corso in Lingua Neogreca, istituita proprio per la presenza dell’area ellenofona, ed è dubbio ora se potrà essere ripristinata.
Per gli adulti le scuole non organizzano nulla; eppure molte persone vorrebbero imparare, o semplicemente parlare, il grico.
Agli alunni nelle suole si insegna il griko, ma è molto poco.
Fanno ogni anno un’ora alla settimana, per circa dieci, quindici, settimane.
Imparano vocaboli, nomi e numeri, qualche poesia e qualche canto.
Ma sul più bello, mentre stanno imparando qualcosa, il corso finisce e ciò che hanno imparato lo dimenticano.
Nelle scuole servono più ore di griko!
Ma non è solo questo.
Gli alunni a scuola devono ascoltare come si parla in griko, devono ascoltare gli adulti che parlano griko.
E chi sono oggi le persone che parlano griko?
Sono i nonni di quegli alunni che oggi frequentano la scuola.
I nonni che parlano il griko devono stare in classe con l’insegnante di griko e parlare in griko: così i bambini acquistano la consapevolezza che la lingua ancora vive, e vive proprio sulla bocca dei loro nonni, che loro ritrovano una volta tornati a casa.
I nonni devono insegnare ai loro nipoti il griko, a scuola con l’insegnante di griko, e a casa parlando con loro il griko come lo parlano quando stanno da soli marito e moglie.
Solo così forse nascerà nel cuore dei bambini l’amore per la lingua grika.
Ma non basta neppure questo.
Gli alunni devono imparare l’alfabeto greco.
Per ogni termine griko l’insegnante deve scrivere come si dice quella parola nel greco moderno e nel greco antico, scriverla con l’alfabeto greco ma leggerla secondo la fonetica del greco moderno.
Tutto ciò in ogni liceo classico si può fare, e bene.
Solo così ciascuno potrà rendersi conto che la lingua grika somiglia molto al greco oggi parlato in Grecia, ma che è molto più antica. Tanto antica che conserva parole che il greco moderno ha perduto (appìdi, pèrsiko, frèa, ampàri, ecc.) ma che si trovano nel greco antico. Come pure che ha la stessa sintassi e morfologia del greco antico.
Ma nel griko si trovano anche termini arcaici: solo nel griko diciamo umme e degghie;
nel greco moderno e nel greco antico per dire si dicono ναι;
per dire no dicono :όχι nel greco moderno; nel greco antico ου, ουχ, ουχί.
umme deriva da ουν μεν che significa: certamente;
degghie deriva da ουδέν γε che significa: per niente..
Un’ultima cosa.
Il dialetto italiano che parliamo noi nei nostri paesi e nel Salento è la traduzione dal griko.
voju cu mangiu = telo na fao
tocca cu vau = nghizi na pao
non pozzu venire = e' sozo erti
fallu cu venga = kàmeto n'arti
dilli cu non venga = pestu na min erti
ieri fici (makà aggiu fattu) quistu = ette' èkama tuo
quistu quai = tuonne'
Rohlfs ha trattato queste tematiche.
Io penso che nelle scuole agli alunni bisogna insegnare tutto ciò, ed altro.
Serve tempo, serve personale, servono finanziamenti.
Ma tutto si può trovare (anche i finanziamenti!) se vogliamo aiutare la nostra lingua a non scomparire.
Ma serve amore.
Il griko ha bisogno di amore.
GIOVANNI FAZZI
Si devono boicottare le olimpiadi di Pechino?
Si devono boicottare le olimpiadi di Pechino?
Le manifestazioni d'opposizione al regime cinese durante la cerimonia d'accensione della fiaccola olimpica a Olimpia avevano come scopo di rendere cosciente l'opinione pubblica al problema del Tibet e più generalmente al non rispetto dei diritti umani dalla Cina.
La polizia greca ha fermato parecchi attivisti tibetani e il governo ha condannato queste azioni che, come ha sostenuto, “non hanno nulla da vedere con lo spirito olimpico”.
Successivamente forte polemica ha attraversato i mezzi di comunicazione greci, perché la telecamera della televisione che trasmetteva in diretta la cerimonia ha cambiato, di colpo, senza ragione apparente, l'angolo di presa quando i giornalisti di “Reporters sans frontières” sono intervenuti spiegando una bandiera olimpica sulla quale gli anelli erano delle manette. Con questa azione, i “Reporters sans frontières”, hanno iniziato la serie di proteste che si sono susseguite lungo il percorso della fiaccola verso lo stadio Panatenaico e poi a Parigi, Londra, New Delhi, Bangkok ... fino a Pechino stesso.
Contemporaneamente si sono diffuse diverse idee che propongono, poiché la Cina non rispetta i diritti umani, il boicottaggio dei Giochi.
Gli atleti, che pensano solo a : “Ciascuno per sé e vinca il migliore”, sono opposti a queste idee.
I leader politici non sanno cosa fare, dicono che boicotteranno la cerimonia d'apertura dei Giochi, che interverranno, che consiglieranno alla Cina di diventare più democratica.
Non sarebbe meglio che incitassero gli atleti a manifestare, sul podio della premiazione, la loro opposizione e la loro protesta come avevano fatto nel 1968 a Città di Messico Tommie Smith e John Carlos alzando il braccio teso con la mano in un guanto nero mentre si suonava l'inno nazionale americano?
Non sarebbe meglio che andassero a Pechino per la cerimonia d'apertura dei Giochi per manifestare lì, durante la cerimonia, la loro protesta per il comportamento della Cina?
Non sarebbe meglio che invitassero, il Dalai Lama ad assistere con loro alla cerimonia inaugurale? Ve lo immaginate? Il Dalai Lama seduto tra Bush, Baroso, Hu Jintao e altri Sarkozy, Merkel, Zapatero, Brown, Putin ecc. salutando l'inizio dei Giochi di Pechino?
Certo che sarebbe meglio. Ma basta col sognare. Torniamo alla realtà.
L'autonomia del Tibet, i diritti umani, la democrazia non interessano né Bush né Hu Jintao né Putin né l'Europa.
Quello che gli interessa è prendere la loro parte della grande torta economica che rappresenta il miliardo e mezzo di consumatori cinesi. E la democrazia che gli vogliono presentare e offrire è la stessa della nostra : quella del diritto di consumare. Nient'altro.
Eccola la realtà: il potere cinese auspicava l'organizzazione dei Giochi per motivi e fini politici. Per la propaganda. Gli sponsor e il CIO gliel'hanno concessa per ragioni analoghe. Per il business.
Il Dalai Lama è in esilio in India.
Il potere cinese continua a imprigionare gli oppositori e a considerare il Dalai Lama fuori legge. Insiste nel dire che il problema del Tibet è un problema interno e che si piegherà.
Il potere cinese si fa sempre più duro ed attacca dicendo che “nessuna forza al mondo può fermare la fiaccola dei Giochi di Pechino”.
I cinesi boicottano i prodotti francesi perché la Francia ha diffuso le immagini della protesta.
La comunità internazionale cerca di correggere l'incorreggibile. Ma ora è troppo tardi. L'errore, l'errore madornale, è stato di consentire alla Cina di organizzare queste olimpiadi. Il resto non è altro che lacrime di coccodrillo.
Noi scriviamo a fine maggio; non si può prevedere quello che succederà fino al termine dei Giochi.
Speriamo che quando le luci della ribalta saranno spente, le misure di ritorsione e la vendetta non diventino ancora più dure nella Cina post olimpica.
Iannis Papageorgiadis
Le manifestazioni d'opposizione al regime cinese durante la cerimonia d'accensione della fiaccola olimpica a Olimpia avevano come scopo di rendere cosciente l'opinione pubblica al problema del Tibet e più generalmente al non rispetto dei diritti umani dalla Cina.
La polizia greca ha fermato parecchi attivisti tibetani e il governo ha condannato queste azioni che, come ha sostenuto, “non hanno nulla da vedere con lo spirito olimpico”.
Successivamente forte polemica ha attraversato i mezzi di comunicazione greci, perché la telecamera della televisione che trasmetteva in diretta la cerimonia ha cambiato, di colpo, senza ragione apparente, l'angolo di presa quando i giornalisti di “Reporters sans frontières” sono intervenuti spiegando una bandiera olimpica sulla quale gli anelli erano delle manette. Con questa azione, i “Reporters sans frontières”, hanno iniziato la serie di proteste che si sono susseguite lungo il percorso della fiaccola verso lo stadio Panatenaico e poi a Parigi, Londra, New Delhi, Bangkok ... fino a Pechino stesso.
Contemporaneamente si sono diffuse diverse idee che propongono, poiché la Cina non rispetta i diritti umani, il boicottaggio dei Giochi.
Gli atleti, che pensano solo a : “Ciascuno per sé e vinca il migliore”, sono opposti a queste idee.
I leader politici non sanno cosa fare, dicono che boicotteranno la cerimonia d'apertura dei Giochi, che interverranno, che consiglieranno alla Cina di diventare più democratica.
Non sarebbe meglio che incitassero gli atleti a manifestare, sul podio della premiazione, la loro opposizione e la loro protesta come avevano fatto nel 1968 a Città di Messico Tommie Smith e John Carlos alzando il braccio teso con la mano in un guanto nero mentre si suonava l'inno nazionale americano?
Non sarebbe meglio che andassero a Pechino per la cerimonia d'apertura dei Giochi per manifestare lì, durante la cerimonia, la loro protesta per il comportamento della Cina?
Non sarebbe meglio che invitassero, il Dalai Lama ad assistere con loro alla cerimonia inaugurale? Ve lo immaginate? Il Dalai Lama seduto tra Bush, Baroso, Hu Jintao e altri Sarkozy, Merkel, Zapatero, Brown, Putin ecc. salutando l'inizio dei Giochi di Pechino?
Certo che sarebbe meglio. Ma basta col sognare. Torniamo alla realtà.
L'autonomia del Tibet, i diritti umani, la democrazia non interessano né Bush né Hu Jintao né Putin né l'Europa.
Quello che gli interessa è prendere la loro parte della grande torta economica che rappresenta il miliardo e mezzo di consumatori cinesi. E la democrazia che gli vogliono presentare e offrire è la stessa della nostra : quella del diritto di consumare. Nient'altro.
Eccola la realtà: il potere cinese auspicava l'organizzazione dei Giochi per motivi e fini politici. Per la propaganda. Gli sponsor e il CIO gliel'hanno concessa per ragioni analoghe. Per il business.
Il Dalai Lama è in esilio in India.
Il potere cinese continua a imprigionare gli oppositori e a considerare il Dalai Lama fuori legge. Insiste nel dire che il problema del Tibet è un problema interno e che si piegherà.
Il potere cinese si fa sempre più duro ed attacca dicendo che “nessuna forza al mondo può fermare la fiaccola dei Giochi di Pechino”.
I cinesi boicottano i prodotti francesi perché la Francia ha diffuso le immagini della protesta.
La comunità internazionale cerca di correggere l'incorreggibile. Ma ora è troppo tardi. L'errore, l'errore madornale, è stato di consentire alla Cina di organizzare queste olimpiadi. Il resto non è altro che lacrime di coccodrillo.
Noi scriviamo a fine maggio; non si può prevedere quello che succederà fino al termine dei Giochi.
Speriamo che quando le luci della ribalta saranno spente, le misure di ritorsione e la vendetta non diventino ancora più dure nella Cina post olimpica.
Iannis Papageorgiadis
PER PROTEGGERTI... (Ja na se filàtzo)
--Per proteggerti io ho messo guardie:
sulle montagne il sole, sulle pianure l'aquila,
e alle navi il fresco vento del nord.
Ma... il sole è tramontato e l' aquila addormentata
e le navi hanno cacciato il vento del nord
e così la morte ha avuto l'occasione di rubarti.
Ma in quel posto dove vai, marito mio
incontrerai il serpente, tu luce degli occhi miei
e poi tu mi ricorderai, e ritornerai.
Dimmelo, caro mio, quando tornerai
e io spargererò rose sopra le montagne
e petali di rose sulla tua strada--
"Se tu spargererai rose, prendile in mano e senti il loro profumo
perchè io non vengo indietro, mai ritornerò.
da dove sono andato alle montagne e ai campi e in nessun luogo,
dove la madre non ha figli e i figli non hanno madre,
nè il marito ha moglie e non ci sono più incontri."
Theonia
sulle montagne il sole, sulle pianure l'aquila,
e alle navi il fresco vento del nord.
Ma... il sole è tramontato e l' aquila addormentata
e le navi hanno cacciato il vento del nord
e così la morte ha avuto l'occasione di rubarti.
Ma in quel posto dove vai, marito mio
incontrerai il serpente, tu luce degli occhi miei
e poi tu mi ricorderai, e ritornerai.
Dimmelo, caro mio, quando tornerai
e io spargererò rose sopra le montagne
e petali di rose sulla tua strada--
"Se tu spargererai rose, prendile in mano e senti il loro profumo
perchè io non vengo indietro, mai ritornerò.
da dove sono andato alle montagne e ai campi e in nessun luogo,
dove la madre non ha figli e i figli non hanno madre,
nè il marito ha moglie e non ci sono più incontri."
Theonia
Ti skalìzzi ti potìzzi
"buona sera, mia cara
in mezzo al tuo cortile fiorito
cosa zappetti, cosa annaffi,
non vieni fuori a vedermi?"
--Giovanotto, che ti interessa
del mio potare ed annaffiare?
Sono fiori profumati
Per colui che io amo.
"Non zappare questi fiori
pianta basilico
che se arrivano gli uccelli
o se passano gli usignoli
ti ruberanno dalle piante
i fiori ed i boccioli"
--Se mi ruberan le piante
ho altre da piantare
per zappare ed annaffiare
per quel bello che io amo-
Theonia
in mezzo al tuo cortile fiorito
cosa zappetti, cosa annaffi,
non vieni fuori a vedermi?"
--Giovanotto, che ti interessa
del mio potare ed annaffiare?
Sono fiori profumati
Per colui che io amo.
"Non zappare questi fiori
pianta basilico
che se arrivano gli uccelli
o se passano gli usignoli
ti ruberanno dalle piante
i fiori ed i boccioli"
--Se mi ruberan le piante
ho altre da piantare
per zappare ed annaffiare
per quel bello che io amo-
Theonia
Costruiamo il futuro
Passeggiando nei paesi greci e non, mi sono accorto che quando vai a parlare del giornale griko e dici che vuoi impegnarti per far vivere la lingua grika, tutti si mostrano contenti, ma molti ti guardano come fossi un bambino intento in giochi di fantasia e tornano a pensare alle loro cose “serie”. Magari quelli stessi trenta anni fa credevano di poter rivoltare il mondo intero e ogni tanto andavano a menare le mani per le loro idee.
Non voglio dire che tutti dovrebbero credere nel Griko vivo, capisco che non è facile dimostrare quanto possa giovare non restare fermi a guardare il mondo che ti scorre sopra, cambiandoci la lingua, la storia, iol cuore, la testa. Però almeno sarei più felice se la gente venisse a dirmi che non può pensare al Griko perché ha in mente ideali più grandi in mente, perché è impegnato a migliorare il mondo, altro che sette paesi griki.
Sappiamo che non è così, le grandi cose che ha in mente la gente oggi sono i soldi, la carriera, una vita tranquilla, il divertimento. E questo per coloro che hanno vissuto il ’68 e il ’77 ma anche per i giovani, che vengono spinti oggi sempre più a pensare al proprio bene. Possiamo dire: meglio un popolo con la testa vuota e tranquilla del sangue versato per strada. Può essere.
Ma il sole sorge e tramonta su di noi anche se stiamo a guardarci i piedi, il mondo non sta fermo, lo spingono coloro che lo vogliono, quelli che credono in qualche idea, anche la peggiore. Oggi perdiamo il Griko, domani cosa perderemo?
Francesco Penza, Maggio 2008
Non voglio dire che tutti dovrebbero credere nel Griko vivo, capisco che non è facile dimostrare quanto possa giovare non restare fermi a guardare il mondo che ti scorre sopra, cambiandoci la lingua, la storia, iol cuore, la testa. Però almeno sarei più felice se la gente venisse a dirmi che non può pensare al Griko perché ha in mente ideali più grandi in mente, perché è impegnato a migliorare il mondo, altro che sette paesi griki.
Sappiamo che non è così, le grandi cose che ha in mente la gente oggi sono i soldi, la carriera, una vita tranquilla, il divertimento. E questo per coloro che hanno vissuto il ’68 e il ’77 ma anche per i giovani, che vengono spinti oggi sempre più a pensare al proprio bene. Possiamo dire: meglio un popolo con la testa vuota e tranquilla del sangue versato per strada. Può essere.
Ma il sole sorge e tramonta su di noi anche se stiamo a guardarci i piedi, il mondo non sta fermo, lo spingono coloro che lo vogliono, quelli che credono in qualche idea, anche la peggiore. Oggi perdiamo il Griko, domani cosa perderemo?
Francesco Penza, Maggio 2008
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