Quando abbiamo dato vita a questo giornale, abbiamo voluto scrivere di ogni argomento e in lingua grika, mai italiana. Scriviamo di ogni argomento per mostrare che il griko può comunicare tutto ciò che si vuole e non solo canzoni e favole antiche. Per questo crediamo che questa lingua debba avere un domani. Scriviamo in griko e non in italiano per scuotere un po’ voi che leggete, per avvicinarvi a questa lingua, per farvi impegnare un po’ per capire queste parole senza passare da una traduzione che oggi si trova sempre nei libri che contengono qualche testo griko. Quando scriviamo in griko e manteniamo costantemente il testo italiano a fronte finiamo per tagliare le gambe alla lingua.: quanti perderebbero tempo a leggere il griko se ci fosse sempre accanto comodamente l’italiano che sentiamo in televisione? Noi vogliamo scrivere a coloro che amano il griko e chiunque ami la lingua può perdere un po’ di tempo per capire ciò che scriviamo, magari gli piace anche entrare in un luogo dove il griko non viene lasciato all’ombra di un’altra lingua.
Questo pensavamo allora e ancora ci crediamo. Però neanche vogliamo chiudere le porte a coloro che ci hanno chiesto di mettere una traduzione italiana, che sono molti. Abbiamo capito che c’è qualcuno che ama la lingua ma non la conosce abbastanza bene da leggere senza traduzioni. Abbiamo capito che la Spitta poteva diventare un giornale per élite se non avessimo dato un aiuto a coloro che vogliono imparare la lingua. Inoltre dobbiamo dire che certe volte il griko scritto può restare difficile anche a coloro che già parlano bene griko perché la lingua non viene scritta regolarmente e non c’è un alfabeto condiviso. Per questo abbiamo discusso molto e ci siamo accordati per inserire qualche traduzione in un inserto insieme alla Spitta e tutte le traduzioni sul blog ispitta.blogspot.com. Ma la Spitta resta sempre un giornale griko, che vuole parlare a coloro che sanno il griko o vogliono impararlo.
Francesco Penza
sabato 27 dicembre 2008
Quanto sei brutta, morte
Non ci piaci per nulla!
Tu anima non hai e né cervello.
Sei stupida, e cieca a me pari e non vuoi bene a nessun uomo.
Grazie non hai e non ti importa che tu uccida il bimbo mentre ride!
Gli stringi il cuore e poi te ne vai!
Li uccidi così’ poveri passerotti!!
Tu ci togli i padri ed anche i figli
Non hai orecchie e senti pianger la madre!
Che piangan le fanciulle nulla t’importa:
la moglie uccidi e rubi il giovanotto.
E porti via chiunque tu incontri.
Tu sei senza testa e senza grazia.
“ Ma cosa tu mi dici, che non amo?
Che non bado alle gioie della terra?
Non son sposata, e son senza figli,
mi crearon così, senza il cuore.
Faccio quel che faccio senza vedere.
Devo lavorare senza ascoltare!
Perché io sia così, mi chiedi tu:
non chiederlo tu a me: chiedi a Gesù
Paolo Dimitri
Tu anima non hai e né cervello.
Sei stupida, e cieca a me pari e non vuoi bene a nessun uomo.
Grazie non hai e non ti importa che tu uccida il bimbo mentre ride!
Gli stringi il cuore e poi te ne vai!
Li uccidi così’ poveri passerotti!!
Tu ci togli i padri ed anche i figli
Non hai orecchie e senti pianger la madre!
Che piangan le fanciulle nulla t’importa:
la moglie uccidi e rubi il giovanotto.
E porti via chiunque tu incontri.
Tu sei senza testa e senza grazia.
“ Ma cosa tu mi dici, che non amo?
Che non bado alle gioie della terra?
Non son sposata, e son senza figli,
mi crearon così, senza il cuore.
Faccio quel che faccio senza vedere.
Devo lavorare senza ascoltare!
Perché io sia così, mi chiedi tu:
non chiederlo tu a me: chiedi a Gesù
Paolo Dimitri
Le spine della rosa.
Una rosa vidi dietro un muro tanti
boccioli aveva ma già seccati.
Perché- le dissi -mi mostri solo spine:
tante che toccarti io non posso!
Il tuo profumo mostra, apri il bocciolo!”.
“ Giovanotto,cosa vuoi da me,
il buon profumo che un tempo avevo?
L’hanno sentito in tanti , ma poi sen iron lesti;
Mi amaron per un solo giorno solo:
quante parole per rubarmi il miele!
Spariron tutti e mi lasciaron l’ardore!
Ora tra il ghiaccio, o sotto l’arsura
Io faccio spine, solamente.
Fai la tua strada :ascolta che ho da dirti
non mi toccare se non vuoi ferirti!”.
Paolo Dimitri
boccioli aveva ma già seccati.
Perché- le dissi -mi mostri solo spine:
tante che toccarti io non posso!
Il tuo profumo mostra, apri il bocciolo!”.
“ Giovanotto,cosa vuoi da me,
il buon profumo che un tempo avevo?
L’hanno sentito in tanti , ma poi sen iron lesti;
Mi amaron per un solo giorno solo:
quante parole per rubarmi il miele!
Spariron tutti e mi lasciaron l’ardore!
Ora tra il ghiaccio, o sotto l’arsura
Io faccio spine, solamente.
Fai la tua strada :ascolta che ho da dirti
non mi toccare se non vuoi ferirti!”.
Paolo Dimitri
E non si mosse niente…
Per molti anni a nessuno è importato niente del grico e di coloro che lo parlavano. Non ci fu sindaco o presidente che muovesse dito per questo. Poi all’improvviso sembro cambiare vento, si generò un nuovo amore, un grande amore per il grico. Così sembrava. Dappertutto, qui nei nostri paesi si udivano parole quali “Grecìa Salentina”, Area Ellenofona”, Lingua Minoritaria”. Il grico divenne “Lingua Ufficiale”, misero gli interpreti e ad ogni anno nelle scuole si tengono lezione di grico.
Se fossi una persona che vive lontano, all’estero, conoscendo queste cose avrei soltanto da gioire e ringraziare coloro che hanno lavorato e lavorano perché queste cose possano realizzarsi.
Vivendo qui però capisci che è tutto fumo, tanto fumo negli occhi.
Grecìa Salentina”: “Calòs Irtate (forse ìrtato, la voce ìrtate non esiste nel grico) Stin Grécia salentina” (ben venuti nella Grecia Salentina), così saluta il cartellone gli stranieri che entrano nei nostri paesi, e quel “benvenuti “ è scritto così grande, tanto da far sembrare che stai entrando in una “ area ellonofona” e ti occorra veramente l’interprete per poterti capire con la gente.
Gli Interpreti: dobbiamo ridere o dobbiamo piangere! “Lingua Minoritaria”: con questa parola abbiamo colto nel segno, ogni giorno che passa la lingua diventa sempre più “minoritaria”.
Scusatemi se mi esprimo in questo modo, ma è l’amaro che si prova quando si pensa al grico, alla sorte che gli è capitata e a tutto ciò che si fa per poterlo fare rialzare un po’. Lo so non è facile, e una cosa discola, molto difficile. Non è una piccola pietra dissepolta, un frammento di coccio, un osso che ritrovato che lo chiudi in una vetrina o lo porti in un museo e da lì dentro ti guarda senza chiedere nient’altro; se fosse così, lo so, la teca gliela avrebbero fatta d’oro e non è neanche un giro di pizzica, che se così fosse gli avrebbero costruito il migliore e più bel palcoscenico. Ma non è così, il grico possiede un’anima il grico è vita e non lo puoi chiudere da nessuna parte, non lo puoi chiudere in una teca, in un museo, non lo puoi chiudere in un libro e tanto meno in un disco: sono tutte cose che possono parlare di grico, ma non sono il grico.
La lingua greca affinché viva deve essere parlata. Per cui ciò che possiamo fare è parlare grico. Ma neanche questo è molto facile, ma è l’unica cosa.
Due anni fa è nata l’associazione “Grika Milume” ed è nata proprio con questo scopo: raccogliere gente che tiene per il grico, lo vuole parlare, ascoltarlo, apprenderlo. L’associazione è aperta a tutti, non importa se appartieni alla Grecìa oppure no, è sufficiente nel cuore interesse e amore per le tradizioni e la lingua grica. L’associazione vorrebbe fare tutto ciò che può servire a risvegliare l’interesse per la lingua e quante più strade possono servire a far rialzare il grico vorrebbe percorrerle.
Fino adesso la cosa più visibile che sta facendo è questo giornale. “I Spitta” è il primo giornale che per la prima volta non parla soltanto di grico, ma parla grico e fotografa il grico, adesso, negli anni 2000. Lo distribuiamo in tutti i comuni della Grecìa e arriva in diversi altri luoghi qui in Italia, in Europa e qualcuno anche in America. “I Spitta” si trova nelle bibliotche e nei centri di cultura.
Adesso non è che ci aspettavamo niente, ma una parola, una critica da coloro che sono i rappresentanti istituzionali della Grecìa sarebbero potute arrivare. Di tanti sindaci, qui a Martano sono passati due, Conte e Micaglio e con questi due assessori alla cultura, nessuno ha avuto una goccia di tempo da dedicarci? E la Grecìa Salentina con il suo presidente Sergio… non si è mosso niente e non si muove foglia.
Lo sappiamo, tante altre cose più importanti hanno da fare, ma ciò che è certo le ragioni del grico e tutta la cultura ad esso legata che poi sono le nostre radici, non passano da lì.
Adesso, stando in mezzo a queste cose lo sappiamo, c’è tanta gente che lavora per il grico e con il grico, ma molte volte lo fa in solitudine, ma lavorare da soli non porta molto lontano. Dobbiamo unirci insieme e unire i nostri sforzi: così facendo possiamo continuare la speranza di dare nuova vita al grico.
Si può fare.
Giuseppe De Pascalis
Se fossi una persona che vive lontano, all’estero, conoscendo queste cose avrei soltanto da gioire e ringraziare coloro che hanno lavorato e lavorano perché queste cose possano realizzarsi.
Vivendo qui però capisci che è tutto fumo, tanto fumo negli occhi.
Grecìa Salentina”: “Calòs Irtate (forse ìrtato, la voce ìrtate non esiste nel grico) Stin Grécia salentina” (ben venuti nella Grecia Salentina), così saluta il cartellone gli stranieri che entrano nei nostri paesi, e quel “benvenuti “ è scritto così grande, tanto da far sembrare che stai entrando in una “ area ellonofona” e ti occorra veramente l’interprete per poterti capire con la gente.
Gli Interpreti: dobbiamo ridere o dobbiamo piangere! “Lingua Minoritaria”: con questa parola abbiamo colto nel segno, ogni giorno che passa la lingua diventa sempre più “minoritaria”.
Scusatemi se mi esprimo in questo modo, ma è l’amaro che si prova quando si pensa al grico, alla sorte che gli è capitata e a tutto ciò che si fa per poterlo fare rialzare un po’. Lo so non è facile, e una cosa discola, molto difficile. Non è una piccola pietra dissepolta, un frammento di coccio, un osso che ritrovato che lo chiudi in una vetrina o lo porti in un museo e da lì dentro ti guarda senza chiedere nient’altro; se fosse così, lo so, la teca gliela avrebbero fatta d’oro e non è neanche un giro di pizzica, che se così fosse gli avrebbero costruito il migliore e più bel palcoscenico. Ma non è così, il grico possiede un’anima il grico è vita e non lo puoi chiudere da nessuna parte, non lo puoi chiudere in una teca, in un museo, non lo puoi chiudere in un libro e tanto meno in un disco: sono tutte cose che possono parlare di grico, ma non sono il grico.
La lingua greca affinché viva deve essere parlata. Per cui ciò che possiamo fare è parlare grico. Ma neanche questo è molto facile, ma è l’unica cosa.
Due anni fa è nata l’associazione “Grika Milume” ed è nata proprio con questo scopo: raccogliere gente che tiene per il grico, lo vuole parlare, ascoltarlo, apprenderlo. L’associazione è aperta a tutti, non importa se appartieni alla Grecìa oppure no, è sufficiente nel cuore interesse e amore per le tradizioni e la lingua grica. L’associazione vorrebbe fare tutto ciò che può servire a risvegliare l’interesse per la lingua e quante più strade possono servire a far rialzare il grico vorrebbe percorrerle.
Fino adesso la cosa più visibile che sta facendo è questo giornale. “I Spitta” è il primo giornale che per la prima volta non parla soltanto di grico, ma parla grico e fotografa il grico, adesso, negli anni 2000. Lo distribuiamo in tutti i comuni della Grecìa e arriva in diversi altri luoghi qui in Italia, in Europa e qualcuno anche in America. “I Spitta” si trova nelle bibliotche e nei centri di cultura.
Adesso non è che ci aspettavamo niente, ma una parola, una critica da coloro che sono i rappresentanti istituzionali della Grecìa sarebbero potute arrivare. Di tanti sindaci, qui a Martano sono passati due, Conte e Micaglio e con questi due assessori alla cultura, nessuno ha avuto una goccia di tempo da dedicarci? E la Grecìa Salentina con il suo presidente Sergio… non si è mosso niente e non si muove foglia.
Lo sappiamo, tante altre cose più importanti hanno da fare, ma ciò che è certo le ragioni del grico e tutta la cultura ad esso legata che poi sono le nostre radici, non passano da lì.
Adesso, stando in mezzo a queste cose lo sappiamo, c’è tanta gente che lavora per il grico e con il grico, ma molte volte lo fa in solitudine, ma lavorare da soli non porta molto lontano. Dobbiamo unirci insieme e unire i nostri sforzi: così facendo possiamo continuare la speranza di dare nuova vita al grico.
Si può fare.
Giuseppe De Pascalis
La festa del 14 agosto a Calimera.
Come facemmo lo scorso anno e come, se Dio vorrà, faremo l’anno che venturo,anche quest’anno l’associazione “GRIKA MILUME” insieme alla”Casa Museo della lingua grica e delle tradizioni popolati” ed il gruppo canoro “Malalingua” abbiamo creato una festa per parlare grico, così coloro che sono intervenuti hanno potuto ascoltare canti e poesie in griko e le parole degli antichi.
La sera del 14 di agosto, la luna dondolava in un “biun-mbò” appesa ad una stella che la corteggiava.
Il giorno c’è stato tanto caldo che tutti ci siamo arrostiti. E la luna nel fresco biancore dall’alto ci osservava sorridendoci.
Sul largo “Immacolata”, vicino alla cappella, s’era raccolta un poco di gente,ma la cappelletta non era aperta.
Lì’di fronte, un’antica lapide racconta che in quel posto una volta sorgeva una cappelletta bizantina,dove celebravano la messa in lingua grica. Nessuno mai dei calimeresi si avvicina per leggere.
Cosa è accaduto quella sera quando tanta gente s’era riunita dove la cappella bizantina non c’è più?
Kostas degli Encardia ha intonato un canto bizantino. Cantava da solo e nessuno comprendeva le sue parole.
Conversava con i padri e per gli antichi,forse, lui cantava. O forse,che cantando pregava la Madonna di “finibus terrae” che la nostra gente ha voluto dimenticare!
Un elleno pregava in greco una Madonna grika? Da dietro quella lapide la Madre ascoltò,dopo più di settant’anni, un suo figlio che pregava.
“Nilin” recitava il componimento di
Non v’era altra illuminazione che qualche cero che aveva messo a terra qualche organizzatore, ma poi,v’era la luce della luna che splendeva sui tetti e negli occhi delle giovanette.
Pippi Lefons, tanti anni addietro!
“Ndilin, ndilì, ndilì, ho gridato io sul sagrato della cappella dell’Immacolata,di fronte al palazzo che fu du don Pippi Cappa. Gridai un poco più forte, … ed ho atteso. Ho teso l’orecchio per sentire se
don Pippi stesse continuando a recitare insieme a me la sua poesia.
“Ndilìn, ndilìn, ndilìn!” A dire il vero a me sembrò che anche lui, con la sua sottile voce, dicesse con me:”Ndilin!”.
Ah! La sua poesia!
“Ndilìn , ndilìn” suonava la campanella dell’asilo infantile per chiamare a sé i bimbi di un tempo, alle otto di ogni mattino.
E Pippi desiderava tornar piccolino e, come allora, andare all’asilo. Ma don Pippi Cappa sapeva che non era più quella la campana che lo avrebbe chiamato a sé!
Don Pippi è parecchio che è morto,ma a me è sembrato che ci abbia visti, vicino alla sua casa ad ascoltare quel suo “ndilìn, ndilìn”.
Lo ha sentito anche suo figlio, il dottor Bruno ed anche suo nipote Carmelo.
Io ho sentito che don Pippi è uscito da casa e come tutti noi, ha camminato un po’, fino alla casa di
Giannino Aprile, dove Giovanni Fazzi ha recitato un canto scritto da quel compianto sindaco..
Ed i suoi figli, Paolo ed Andrea, insieme alla madre, la moglie di Giannino, riascoltarono uniti le parole del padre.
Silvano Palamà ha letto una lettera del 1956, dalla quale Giannino raccomandava ai “compagni”
Prodigarsi per il bene della gente di Calimera.
Ed a sua moglie si bagnarono gli occhi nel sentire quella lettera,dopo quarant’anni, quando il marito all’improvviso, morì…
Così, don Pippi e Giannino (che era suo cugino) hanno fatto festa con noi ed hanno riso e scherzato con la gente di oggi.
Nel 1975, qui a Calimera, venne a trovarci Pier Paolo Pasolini, per ascoltare le nostre poesie: amava i componimenti poetici popolari dell’Italia intera; ha scritto anche un libro che li contiene.
Morì solo dopo due mesi e Francesca Licci ,la sera del 14 agosto 2008, ha cantato per lui una poesia dello stesso Pasolini, sotto il palazzo Murrone, dove lui era venuto ad ascoltarci.
Lui, così grande poeta, è venuto a sentirci parlare una lingua della quale noi, tante volte, non valutiamo il suo valore.
Così erano tre, quella sera a Calimera: don Pippi, Giannino e Pasolini.
Gli altri che vennero a trovarci non li abbiamo riconosciuti dalla statura o dal loro volto, ma Salvatore Tommasi ci ha detto una poesia di Vito Domenico Palumbo, morto 90 anni fa.
Ci ha raccontato del caldo che , tante volte questa scorsa estate ci ha fatto tanto sudare tanto da non potersi dire.
Credo che don Vito Muntagna ( il Palumbo) si sia molto rallegrato nel constatare che ancora oggi noi sappiamo parlare il grico, dopo tanti anni. La lingua dei padri è dura a morire!
E il Palumbo cosa ha fatto tra l’altro? Ha scritto in grico un po’ del poema di Dante Alighieri.
Ha scritto dell’amore di Paolo e Francesca.
E Maria Renna insieme al marito che traduceva, ce lo ha recitato, in un cortile antichissimo, dietro la chiesa madre.
Dopo, presso il sagrato della chiesa Renato ha recitato la preghiera del “Pater noster” ,sempre del Palumbo.
Abbiamo poi cambiato strada ed anche canzoni.
In via Costantini intonò il suo canto, Luigi Garrisi e la sua ragazza.
Anche il gruppo degli Encardìa suonarono con le loro chitarre, violini e fisarmonica!
Anche i trapassati di quella via si svegliarono a cantare con noi! E in mezzo alla festa Francesca intonò delle antiche ninne nanne ed io in italiano ho letto la poesia di Palumbo che ricorda sua madre, quando andava a raccogliere i fiori di gelsomino che componeva in corona vicino alla statuetta della Madonna, prima di pregare per suoi figlio lontano.
Alla fine abbiamo cenato tutti insieme: io, Silvano,Francesca, Giovanni , Dina , Colaci… e tutta la gente che aveva seguito il nostro itinerario per sentirci recitare.
A proposito: Ci rivedremo fra un anno in via Costantini.
Cominceremo a suonare da vicino alla sartoria di Colaci.
Luigi, accendi l’insegna!
Paolo DI MITRI (23 novembre 2008)
La sera del 14 di agosto, la luna dondolava in un “biun-mbò” appesa ad una stella che la corteggiava.
Il giorno c’è stato tanto caldo che tutti ci siamo arrostiti. E la luna nel fresco biancore dall’alto ci osservava sorridendoci.
Sul largo “Immacolata”, vicino alla cappella, s’era raccolta un poco di gente,ma la cappelletta non era aperta.
Lì’di fronte, un’antica lapide racconta che in quel posto una volta sorgeva una cappelletta bizantina,dove celebravano la messa in lingua grica. Nessuno mai dei calimeresi si avvicina per leggere.
Cosa è accaduto quella sera quando tanta gente s’era riunita dove la cappella bizantina non c’è più?
Kostas degli Encardia ha intonato un canto bizantino. Cantava da solo e nessuno comprendeva le sue parole.
Conversava con i padri e per gli antichi,forse, lui cantava. O forse,che cantando pregava la Madonna di “finibus terrae” che la nostra gente ha voluto dimenticare!
Un elleno pregava in greco una Madonna grika? Da dietro quella lapide la Madre ascoltò,dopo più di settant’anni, un suo figlio che pregava.
“Nilin” recitava il componimento di
Non v’era altra illuminazione che qualche cero che aveva messo a terra qualche organizzatore, ma poi,v’era la luce della luna che splendeva sui tetti e negli occhi delle giovanette.
Pippi Lefons, tanti anni addietro!
“Ndilin, ndilì, ndilì, ho gridato io sul sagrato della cappella dell’Immacolata,di fronte al palazzo che fu du don Pippi Cappa. Gridai un poco più forte, … ed ho atteso. Ho teso l’orecchio per sentire se
don Pippi stesse continuando a recitare insieme a me la sua poesia.
“Ndilìn, ndilìn, ndilìn!” A dire il vero a me sembrò che anche lui, con la sua sottile voce, dicesse con me:”Ndilin!”.
Ah! La sua poesia!
“Ndilìn , ndilìn” suonava la campanella dell’asilo infantile per chiamare a sé i bimbi di un tempo, alle otto di ogni mattino.
E Pippi desiderava tornar piccolino e, come allora, andare all’asilo. Ma don Pippi Cappa sapeva che non era più quella la campana che lo avrebbe chiamato a sé!
Don Pippi è parecchio che è morto,ma a me è sembrato che ci abbia visti, vicino alla sua casa ad ascoltare quel suo “ndilìn, ndilìn”.
Lo ha sentito anche suo figlio, il dottor Bruno ed anche suo nipote Carmelo.
Io ho sentito che don Pippi è uscito da casa e come tutti noi, ha camminato un po’, fino alla casa di
Giannino Aprile, dove Giovanni Fazzi ha recitato un canto scritto da quel compianto sindaco..
Ed i suoi figli, Paolo ed Andrea, insieme alla madre, la moglie di Giannino, riascoltarono uniti le parole del padre.
Silvano Palamà ha letto una lettera del 1956, dalla quale Giannino raccomandava ai “compagni”
Prodigarsi per il bene della gente di Calimera.
Ed a sua moglie si bagnarono gli occhi nel sentire quella lettera,dopo quarant’anni, quando il marito all’improvviso, morì…
Così, don Pippi e Giannino (che era suo cugino) hanno fatto festa con noi ed hanno riso e scherzato con la gente di oggi.
Nel 1975, qui a Calimera, venne a trovarci Pier Paolo Pasolini, per ascoltare le nostre poesie: amava i componimenti poetici popolari dell’Italia intera; ha scritto anche un libro che li contiene.
Morì solo dopo due mesi e Francesca Licci ,la sera del 14 agosto 2008, ha cantato per lui una poesia dello stesso Pasolini, sotto il palazzo Murrone, dove lui era venuto ad ascoltarci.
Lui, così grande poeta, è venuto a sentirci parlare una lingua della quale noi, tante volte, non valutiamo il suo valore.
Così erano tre, quella sera a Calimera: don Pippi, Giannino e Pasolini.
Gli altri che vennero a trovarci non li abbiamo riconosciuti dalla statura o dal loro volto, ma Salvatore Tommasi ci ha detto una poesia di Vito Domenico Palumbo, morto 90 anni fa.
Ci ha raccontato del caldo che , tante volte questa scorsa estate ci ha fatto tanto sudare tanto da non potersi dire.
Credo che don Vito Muntagna ( il Palumbo) si sia molto rallegrato nel constatare che ancora oggi noi sappiamo parlare il grico, dopo tanti anni. La lingua dei padri è dura a morire!
E il Palumbo cosa ha fatto tra l’altro? Ha scritto in grico un po’ del poema di Dante Alighieri.
Ha scritto dell’amore di Paolo e Francesca.
E Maria Renna insieme al marito che traduceva, ce lo ha recitato, in un cortile antichissimo, dietro la chiesa madre.
Dopo, presso il sagrato della chiesa Renato ha recitato la preghiera del “Pater noster” ,sempre del Palumbo.
Abbiamo poi cambiato strada ed anche canzoni.
In via Costantini intonò il suo canto, Luigi Garrisi e la sua ragazza.
Anche il gruppo degli Encardìa suonarono con le loro chitarre, violini e fisarmonica!
Anche i trapassati di quella via si svegliarono a cantare con noi! E in mezzo alla festa Francesca intonò delle antiche ninne nanne ed io in italiano ho letto la poesia di Palumbo che ricorda sua madre, quando andava a raccogliere i fiori di gelsomino che componeva in corona vicino alla statuetta della Madonna, prima di pregare per suoi figlio lontano.
Alla fine abbiamo cenato tutti insieme: io, Silvano,Francesca, Giovanni , Dina , Colaci… e tutta la gente che aveva seguito il nostro itinerario per sentirci recitare.
A proposito: Ci rivedremo fra un anno in via Costantini.
Cominceremo a suonare da vicino alla sartoria di Colaci.
Luigi, accendi l’insegna!
Paolo DI MITRI (23 novembre 2008)
sabato 6 settembre 2008
UN TESORO IN UNA CRIPTA BIZANTINA DEL SALENTO
Certe cose sono delle meraviglie, dei capolavori stupendi, e splendono agli occhi di tutti. I tesori sono cose nascoste, si devono cercare e, quando vengono scoperti, la loro bellezza si rivela forse più dolce e il loro ricordo più durevole.
La cripta delle SS. Marina e Cristina a Carpignano è già stata presentata ai lettori della Spitta. Questa chiesa sotterranea risale a più di mille anni, ed alcuni segni di rimaneggiamento evidenziano il passaggio nel XVIII sec. dal rito greco a quello latino. Il complesso, con i belli affreschi dal IX al XV secolo, costituisce una testimonianza di altissimo valore dell’arte bizantina medievale nel Salento*.
Nella parte del naos chiamata vima e riservata ai soli sacerdoti troviamo quest’immagine dell’Annunciazione. Fra le centinaia di scene che rappresentano un Angelo inginocchiato nel salutare la futura Madre di Dio sorpresa (per forza, immaginatevi…) e raccolta nell’ascolto, quell' affrescho del anno 959 è una cosa rarissima nella storia dell’arte. Di solito l’Angelo si trova a sinistra, e la giovane Maria collocata a destra. La disposizione dei luoghi come verranno dipinti nei secoli ulteriori presenta abitualmente le due figure separate da un dettaglio dell’architettura finta : una colonna, la soglia di una casa o di una stanza, oppure l’Angelo che rimane fuori in un giardinetto mentre la Vergine sta in una camera spesso riccamente arredata. Qua l’artista ha combinato le cose come glielo suggerivano non i luoghi dell’immaginazione ma le pareti che gli si trovavano davanti : una porzione di muro esigua a sinistra, un’altra più larga a destra, che vengono articolate in un modo tanto semplice quanto evidente.
Sistemare in un’area recinta la Madonna con un fuso in mano permetteva a Teofilatto (il cui nome appare sulla scritta) di dispiegare comodamente, con tanto di fruscio e di solennità, il Messaggero divino e le sue splendide ali : che Arcangelo sarebbe Gabriele con delle ali striminzite ? Così c’è anche spazio per rendere percepibile il movimento di chi sta per inginocchiarsi, ma non è oggi il caso di presentarsi con riservatezza (« Scusi signorina… se non disturbo… »). Lui sa già di cosa si tratta, e la linea che disegna la mano destra – con le dita unite per significare la preghiera - rende imperiale il gesto del braccio che porta lo sguardo verso il Pantocrator sul trono di maestà, in un altro spazio, quello dell’abside al centro, al cuore dell’intera scena.
Claire Bodson
* L'Ιstituto di Tecnologia dell'Informazione del CNRC (Conseil National de Recherches du Canada) ha sviluppato nel 2003 in collaborazione con l'Università di Lecce, un progetto che permette la rappresentazione virtuale tridimensionale della cripta.
La cripta delle SS. Marina e Cristina a Carpignano è già stata presentata ai lettori della Spitta. Questa chiesa sotterranea risale a più di mille anni, ed alcuni segni di rimaneggiamento evidenziano il passaggio nel XVIII sec. dal rito greco a quello latino. Il complesso, con i belli affreschi dal IX al XV secolo, costituisce una testimonianza di altissimo valore dell’arte bizantina medievale nel Salento*.
Nella parte del naos chiamata vima e riservata ai soli sacerdoti troviamo quest’immagine dell’Annunciazione. Fra le centinaia di scene che rappresentano un Angelo inginocchiato nel salutare la futura Madre di Dio sorpresa (per forza, immaginatevi…) e raccolta nell’ascolto, quell' affrescho del anno 959 è una cosa rarissima nella storia dell’arte. Di solito l’Angelo si trova a sinistra, e la giovane Maria collocata a destra. La disposizione dei luoghi come verranno dipinti nei secoli ulteriori presenta abitualmente le due figure separate da un dettaglio dell’architettura finta : una colonna, la soglia di una casa o di una stanza, oppure l’Angelo che rimane fuori in un giardinetto mentre la Vergine sta in una camera spesso riccamente arredata. Qua l’artista ha combinato le cose come glielo suggerivano non i luoghi dell’immaginazione ma le pareti che gli si trovavano davanti : una porzione di muro esigua a sinistra, un’altra più larga a destra, che vengono articolate in un modo tanto semplice quanto evidente.
Sistemare in un’area recinta la Madonna con un fuso in mano permetteva a Teofilatto (il cui nome appare sulla scritta) di dispiegare comodamente, con tanto di fruscio e di solennità, il Messaggero divino e le sue splendide ali : che Arcangelo sarebbe Gabriele con delle ali striminzite ? Così c’è anche spazio per rendere percepibile il movimento di chi sta per inginocchiarsi, ma non è oggi il caso di presentarsi con riservatezza (« Scusi signorina… se non disturbo… »). Lui sa già di cosa si tratta, e la linea che disegna la mano destra – con le dita unite per significare la preghiera - rende imperiale il gesto del braccio che porta lo sguardo verso il Pantocrator sul trono di maestà, in un altro spazio, quello dell’abside al centro, al cuore dell’intera scena.
Claire Bodson
* L'Ιstituto di Tecnologia dell'Informazione del CNRC (Conseil National de Recherches du Canada) ha sviluppato nel 2003 in collaborazione con l'Università di Lecce, un progetto che permette la rappresentazione virtuale tridimensionale della cripta.
La serenata
Quando un giovanotto ed una signorina si piacevano, l’uomo portava alla donna la serenata.
Trovava qualcuno che suonasse la fisarmonica ed il tamburello, riuniva i suoi amici e tutti insieme andavano sotto la finestra dove dormiva l’amata ed iniziavano a suonare e cantare.
Una di questa canzoni faceva:
Tua madre per te ha fatto voto.
Ha fatto voto a santa Maddalena,
Ché ti faccia mangiare miele e manna,
Così che restino gli occhi e le guance rosse;
gli occhi che non perdano lo splendore,
Migliore della luna nelle notti
in cui brilla maggiormente.
Successivamente c’erano i complimenti per la madre che l’ha generata così bella e pina di grazie.
Poi veniva messo avanti il padre che tutta la settimana andava a lavorare nel suo campo e anche nei campi d’altri proprietari, per portare a casa pane, olio e soldi per dare la dote alla bella figliola prima di sposarsi.
Tutto ciò avveniva in un situazione festoso e con grande gioia di tutto il vicinato, che era a dormire e allorché sentiva la serenata si svegliava dal sonno ed usciva in mezzo alla strada per ascoltare quelle belle canzoni. I più vecchi si sedevano sul limitare di casa, le donne per ascoltare, correvano con i figli più piccoli in strada.
Quando finivano di cantare, il padre della giovane usciva per strada con un boccale di vino, qualche dolcetto e qualche altra cosuccia; bevevano il vino, mangiavano le altre cose e dopo ciascuno ritornava alla propria casa a dormire.
Leonardo Antonio Giannuzzi
Trovava qualcuno che suonasse la fisarmonica ed il tamburello, riuniva i suoi amici e tutti insieme andavano sotto la finestra dove dormiva l’amata ed iniziavano a suonare e cantare.
Una di questa canzoni faceva:
Tua madre per te ha fatto voto.
Ha fatto voto a santa Maddalena,
Ché ti faccia mangiare miele e manna,
Così che restino gli occhi e le guance rosse;
gli occhi che non perdano lo splendore,
Migliore della luna nelle notti
in cui brilla maggiormente.
Successivamente c’erano i complimenti per la madre che l’ha generata così bella e pina di grazie.
Poi veniva messo avanti il padre che tutta la settimana andava a lavorare nel suo campo e anche nei campi d’altri proprietari, per portare a casa pane, olio e soldi per dare la dote alla bella figliola prima di sposarsi.
Tutto ciò avveniva in un situazione festoso e con grande gioia di tutto il vicinato, che era a dormire e allorché sentiva la serenata si svegliava dal sonno ed usciva in mezzo alla strada per ascoltare quelle belle canzoni. I più vecchi si sedevano sul limitare di casa, le donne per ascoltare, correvano con i figli più piccoli in strada.
Quando finivano di cantare, il padre della giovane usciva per strada con un boccale di vino, qualche dolcetto e qualche altra cosuccia; bevevano il vino, mangiavano le altre cose e dopo ciascuno ritornava alla propria casa a dormire.
Leonardo Antonio Giannuzzi
VITA NUOVA (2) IL LINGUAGGIO DELLE PIETRE
Giuseppe Castellano è conosciuto da tutti a Zollino, è un artista che sa manipolare la pietra, il ferro, il legno e tutti i materiali che capitano tra le sue mani. E' un autodidatta che riesce a realizzare opere che stupiscono per la loro originalità e bellezza.
Presso il Centro Polivalente per gli Anziani di Zollino, ha coinvolto due giovani maestri :Andrea
Aprile diplomato presso l'Accademia delle Belle Arti di Torino e Antonio Gemma diplomato presso l'Accademia delle Belle Arti di Lecce, ed ha iniziato a scolpire un enorme masso di “pietra leccese”, che si era fatto trasportare da una cava.
Ha invitato i frequentatori del centro per illustrare il suo progetto, invitandoli ad assistere al lavoro per cercare di apprendere.
Alterna il lavoro alle spiegazioni sull'uso degli strumenti di lavoro e su come incidere la materia.
E' felice Giuseppe quando le persone ascoltano con attenzione e interagiscono, manifestando interesse a capire ed apprendere.
Le persone vanno a curiosare e avrebbero voglia di scolpire, Giuseppe intuisce e le incoraggia a provare. Molti possono dire di aver contribuito a realizzare l'opera sia pure con un sol colpo di scalpello.
Tutti coloro che passano osservano, esprimono la loro opinione ed alcuni apprezzano e ringraziano per la partecipazione all'esperienza.
Il masso, piano piano, viene scolpito e comincia a manifestare una sagoma; si intravedono inizialmente la testa e il corpo: “comincia a parlare”, dicono le persone.
Scolpendo e scolpendo viene fuori l'anima della pietra e tutti possono vedere con i loro occhi, toccare, e ..................!
L'esperienza è iniziata nel mese di Aprile, siamo in Agosto e i maestri continuano freneticamente a lavorare tantissimo per portare a termine l'opera.
Allorquando il “Comitato degli iscritti” al Centro Polivalente per Anziani di Zollino ha chiesto a Giuseppe di realizzare un'esperienza di laboratorio con uomini e donne, lui ha risposto subito di sì.
Ha fatto trasportare un enorme parallelepipedo di pietra, alto circa due metri, lungo un metro e mezzo, e largo circa un metro, molto pesante.
Le persone osservavano incredule che potesse venir fuori da quel masso qualcosa di interessante, fino a quando non hanno visto fuoriuscire due corpi: una donna e un uomo, anziani, teneramente abbracciati.
Giuseppe, Andrea e Antonio hanno lavorato in perfetta sintonia, nonostante fosse la loro prima esperienza collettiva. Durante il lavoro di sgrossatura del masso e nelle fasi successive hanno prodotto una gran quantità di scarti, assemblando vari cumuli di residui. Una sola volta hanno fatto portar via ben quindici cariole di scarti. Anche sotto il sole cocente scrostavano la pietra fino a quando non ha finalmente rivelato l'anima, che loro avevano già intravisto: un uomo e una donna, anziani, abbracciati, con lo sguardo rivolto al futuro!
Francesco Chiga
Presso il Centro Polivalente per gli Anziani di Zollino, ha coinvolto due giovani maestri :Andrea
Aprile diplomato presso l'Accademia delle Belle Arti di Torino e Antonio Gemma diplomato presso l'Accademia delle Belle Arti di Lecce, ed ha iniziato a scolpire un enorme masso di “pietra leccese”, che si era fatto trasportare da una cava.
Ha invitato i frequentatori del centro per illustrare il suo progetto, invitandoli ad assistere al lavoro per cercare di apprendere.
Alterna il lavoro alle spiegazioni sull'uso degli strumenti di lavoro e su come incidere la materia.
E' felice Giuseppe quando le persone ascoltano con attenzione e interagiscono, manifestando interesse a capire ed apprendere.
Le persone vanno a curiosare e avrebbero voglia di scolpire, Giuseppe intuisce e le incoraggia a provare. Molti possono dire di aver contribuito a realizzare l'opera sia pure con un sol colpo di scalpello.
Tutti coloro che passano osservano, esprimono la loro opinione ed alcuni apprezzano e ringraziano per la partecipazione all'esperienza.
Il masso, piano piano, viene scolpito e comincia a manifestare una sagoma; si intravedono inizialmente la testa e il corpo: “comincia a parlare”, dicono le persone.
Scolpendo e scolpendo viene fuori l'anima della pietra e tutti possono vedere con i loro occhi, toccare, e ..................!
L'esperienza è iniziata nel mese di Aprile, siamo in Agosto e i maestri continuano freneticamente a lavorare tantissimo per portare a termine l'opera.
Allorquando il “Comitato degli iscritti” al Centro Polivalente per Anziani di Zollino ha chiesto a Giuseppe di realizzare un'esperienza di laboratorio con uomini e donne, lui ha risposto subito di sì.
Ha fatto trasportare un enorme parallelepipedo di pietra, alto circa due metri, lungo un metro e mezzo, e largo circa un metro, molto pesante.
Le persone osservavano incredule che potesse venir fuori da quel masso qualcosa di interessante, fino a quando non hanno visto fuoriuscire due corpi: una donna e un uomo, anziani, teneramente abbracciati.
Giuseppe, Andrea e Antonio hanno lavorato in perfetta sintonia, nonostante fosse la loro prima esperienza collettiva. Durante il lavoro di sgrossatura del masso e nelle fasi successive hanno prodotto una gran quantità di scarti, assemblando vari cumuli di residui. Una sola volta hanno fatto portar via ben quindici cariole di scarti. Anche sotto il sole cocente scrostavano la pietra fino a quando non ha finalmente rivelato l'anima, che loro avevano già intravisto: un uomo e una donna, anziani, abbracciati, con lo sguardo rivolto al futuro!
Francesco Chiga
Che non si rompa la macchina!
Oggi tutti andiamo a scuola e possiamo apprendere di tutto. Possiamo comprare libri quanti ne vogliamo e con pochi euro possiamo avere un’enciclopedia su DVD. E cosa dobbiamo dire poi della televisione: è sufficiente accendere per apprendere ciò che vuoi ed esche ciò che non ti interessa ed apprendere le novità là per là. Per non parlare poi di internet, pozzo smisurato: non c’è cosa, non esiste notizia che non si possa trovare; basta un niente per apprendere come fare. Mia moglie, che non conosce niente di computer ha appreso prestissimo, e devi vedere come si tiene grande con le sue amiche. Le dice: vai su “gogòl” immetti la parola che ti occorre e trovi ciò che vuoi. E veramente fa così quando le occorre qualcosa per il lavoro o cerca qualcosa di nuovo da cucinare.
Una volta non c’era niente di tutto ciò e a scuola erano pochi coloro che potevano andarci.
Questo mi diceva mio zio parlando di scuola:
Mio fratello maggiore non sapeva fare niente, a malapena negli ultimi tempi riusciva a mettere la firma.
Il medio fece la terza e non è cosa da niente, è, se non proprio come l’università di adesso, quasi.
Io non sono andato mai un giorno a scuola; non è che io sappia niente, però una cosa, anche se non la capisco molto, la leggo; non so scrivere bene, però scrivo. Che poi su le pale dovevi scrivere, sulle pale di ficodindia, la pala faceva da quaderno. Ricordo che la moltiplicazione non mi usciva mai, perché invece di iniziare da dietro, iniziavo davanti; una volta iniziai da qui, da dietro ed uscì, così imparai a fare le moltiplicazioni da solo.
Tutte le conoscenze ti venivano da ciò che ti raccontavano i più grandi e da quello che sapevi vedere quando osservavi ciò che il mondo mostra.
E sempre parlando con mio zio questo mi raccontava parlando di api. Ascoltatelo.
Zi: noi le avevamo le api, le avevamo qui sopra, sopra il terrazzo, che poi gli facevano tutte le lenzuola gialle.
Gi: perché?
Zi: quelli non raccolgono quella polvere che c’è dentro i fiori, il polline, come si chiama diversamente? Quelli la raccolgono, tu sai che la raccolgono, vero?
Gi: per mangiare, no!
ZI: no, là non mangiano i grandi, essi mangiano miele, non mangiano fiori. Quello non è per far mangiare le mamme, i grandi, le api; quello lo mettono dentro che ci sono i piccolini, affinché si nutrano.
Quindi lo raccolgono tra le zampette, facendo delle pallottoline, poi quando ritornano lì (all’alveare) lo devono nuovamente tirare piano piano e lo devono mettere lì dentro, che lì dentro ci sono le larvette. Le hai viste?
Gi: no.
Zi: no! Lì dentro ci sono le uova che fa la mamma, da lì dentro escono le larvette, che piano piano diventano grandi, e mangiano quella polvere che mettono le api. Lì non è la madre che comanda, comanda la famiglia. Non è la madre che fa quelle diverse (tante) cose, che lì si devono fare tante cose.
Quando devono fare (predisporre per) la mamma devono fare già il buco diverso, la cella. Devono fare una cosa, uno spuntone così lungo, che sta da parte, in una estremità, oppure alcune volte lo fanno nel mezzo, nel pettine. La fanno però sempre più grande, perché là la madre è sempre più grande, è più lunga. E lì dentro non mettono polvere. Non è che la mamma nasce mamma perché ha fatto l’uovo di mamma, nasce mamma con ciò che mettono i figli, quelle, operaie si chiamano, ma figlie di quella sono. Lì dentro non mettono polvere, mettono ciò che si chiama pappa reale.
Quella non è che c’è dappertutto lì dentro, la mettono soltanto dentro quei buchi grandi dove devono nascere le regine.
Quella soltanto è pappa reale, la dove nascono quelli che devono lavorare mettono quella polvere che si trova nei fiori.
Qualche volta nascono tutti maschi, che non sono i fuchi. Allora lì la famiglia viene (va) in fallimento. Quelli o si ammazzano o muoiono lentamente, perché non c’è nessuno che lavori. Quelli non lavorano, non vanno a trovare da mangiare, a fare provviste, stanno sempre a darsi botte, per ammazzarsi. Ma sono poche le volte che succede questa cosa. Gli altri invece escono dagli alveari, fanno il miele, fanno la cera, fanno tutte le cose che occorrono. Raccolgono quel succo di fiore che poi diventa miele. Non è che lo cagano dal sedere, lo rigurgitano nuovamente dalla bocca. Hanno una cosa qui sotto e la riempiono di quel liquido che poi dopo giorni matura e diventa miele. Quello tu non lo vedi quando lo trasportano, perché lo tengono nell’interno, come i piccioni, come gli uccelli che lo tengono qui vicino, poi lo rigurgitano di nuovo e lo mettono dentro i buchi.
Gi: allora abbiamo..
Zi: quello dei piedi è quello che mettono da mangiare a quei vermicelli che poi diventeranno api, il succo di fiori che poi diventa miele e la pappa reale che io adesso non so da dove lo raccolgano, come fanno a trovarlo, vedi che è una cosa come latte che mettono nella cella, lì dove deve nascere la regina.
Gi: e le lenzuola?
Zi: le robe poi dovevamo toglierle, perché quando faceva vento venivano stanchi, specialmente che stavano sopra, si appoggiavano lì e facevano tutta la biancheria gialla, perché avevano quei piedi pieni di fiori (polline) e la sporcavano no!
Gi: come fai a sapere queste cose?
Zi: io non è che ho appreso queste cose perché me le abbiano dette, ma come ho appreso tante cose da solo, ho imparato anche ciò che fanno le api.
Una volta che non esisteva niente, né giornali, né televisione, né libri, né internet, quanto valeva il sapere della persone anziane, quanto era bello e dolce il racconto del nonno. Adesso tutto questo non serve più a niente. L’intelligenza, i saperi delle persone di fronte ad internet, di fronte alla televisione si perdono, non servono. Dietro non si può tornare, è da stupido pensare questo, ma dimenticare che sei, da dove vieni, chiudere col passato, recidere le radici, vendere l’identità al dio della modernità neanche è cosa buona.
Che non si rompa mai la macchina!
Giuseppe De Pascalis
Una volta non c’era niente di tutto ciò e a scuola erano pochi coloro che potevano andarci.
Questo mi diceva mio zio parlando di scuola:
Mio fratello maggiore non sapeva fare niente, a malapena negli ultimi tempi riusciva a mettere la firma.
Il medio fece la terza e non è cosa da niente, è, se non proprio come l’università di adesso, quasi.
Io non sono andato mai un giorno a scuola; non è che io sappia niente, però una cosa, anche se non la capisco molto, la leggo; non so scrivere bene, però scrivo. Che poi su le pale dovevi scrivere, sulle pale di ficodindia, la pala faceva da quaderno. Ricordo che la moltiplicazione non mi usciva mai, perché invece di iniziare da dietro, iniziavo davanti; una volta iniziai da qui, da dietro ed uscì, così imparai a fare le moltiplicazioni da solo.
Tutte le conoscenze ti venivano da ciò che ti raccontavano i più grandi e da quello che sapevi vedere quando osservavi ciò che il mondo mostra.
E sempre parlando con mio zio questo mi raccontava parlando di api. Ascoltatelo.
Zi: noi le avevamo le api, le avevamo qui sopra, sopra il terrazzo, che poi gli facevano tutte le lenzuola gialle.
Gi: perché?
Zi: quelli non raccolgono quella polvere che c’è dentro i fiori, il polline, come si chiama diversamente? Quelli la raccolgono, tu sai che la raccolgono, vero?
Gi: per mangiare, no!
ZI: no, là non mangiano i grandi, essi mangiano miele, non mangiano fiori. Quello non è per far mangiare le mamme, i grandi, le api; quello lo mettono dentro che ci sono i piccolini, affinché si nutrano.
Quindi lo raccolgono tra le zampette, facendo delle pallottoline, poi quando ritornano lì (all’alveare) lo devono nuovamente tirare piano piano e lo devono mettere lì dentro, che lì dentro ci sono le larvette. Le hai viste?
Gi: no.
Zi: no! Lì dentro ci sono le uova che fa la mamma, da lì dentro escono le larvette, che piano piano diventano grandi, e mangiano quella polvere che mettono le api. Lì non è la madre che comanda, comanda la famiglia. Non è la madre che fa quelle diverse (tante) cose, che lì si devono fare tante cose.
Quando devono fare (predisporre per) la mamma devono fare già il buco diverso, la cella. Devono fare una cosa, uno spuntone così lungo, che sta da parte, in una estremità, oppure alcune volte lo fanno nel mezzo, nel pettine. La fanno però sempre più grande, perché là la madre è sempre più grande, è più lunga. E lì dentro non mettono polvere. Non è che la mamma nasce mamma perché ha fatto l’uovo di mamma, nasce mamma con ciò che mettono i figli, quelle, operaie si chiamano, ma figlie di quella sono. Lì dentro non mettono polvere, mettono ciò che si chiama pappa reale.
Quella non è che c’è dappertutto lì dentro, la mettono soltanto dentro quei buchi grandi dove devono nascere le regine.
Quella soltanto è pappa reale, la dove nascono quelli che devono lavorare mettono quella polvere che si trova nei fiori.
Qualche volta nascono tutti maschi, che non sono i fuchi. Allora lì la famiglia viene (va) in fallimento. Quelli o si ammazzano o muoiono lentamente, perché non c’è nessuno che lavori. Quelli non lavorano, non vanno a trovare da mangiare, a fare provviste, stanno sempre a darsi botte, per ammazzarsi. Ma sono poche le volte che succede questa cosa. Gli altri invece escono dagli alveari, fanno il miele, fanno la cera, fanno tutte le cose che occorrono. Raccolgono quel succo di fiore che poi diventa miele. Non è che lo cagano dal sedere, lo rigurgitano nuovamente dalla bocca. Hanno una cosa qui sotto e la riempiono di quel liquido che poi dopo giorni matura e diventa miele. Quello tu non lo vedi quando lo trasportano, perché lo tengono nell’interno, come i piccioni, come gli uccelli che lo tengono qui vicino, poi lo rigurgitano di nuovo e lo mettono dentro i buchi.
Gi: allora abbiamo..
Zi: quello dei piedi è quello che mettono da mangiare a quei vermicelli che poi diventeranno api, il succo di fiori che poi diventa miele e la pappa reale che io adesso non so da dove lo raccolgano, come fanno a trovarlo, vedi che è una cosa come latte che mettono nella cella, lì dove deve nascere la regina.
Gi: e le lenzuola?
Zi: le robe poi dovevamo toglierle, perché quando faceva vento venivano stanchi, specialmente che stavano sopra, si appoggiavano lì e facevano tutta la biancheria gialla, perché avevano quei piedi pieni di fiori (polline) e la sporcavano no!
Gi: come fai a sapere queste cose?
Zi: io non è che ho appreso queste cose perché me le abbiano dette, ma come ho appreso tante cose da solo, ho imparato anche ciò che fanno le api.
Una volta che non esisteva niente, né giornali, né televisione, né libri, né internet, quanto valeva il sapere della persone anziane, quanto era bello e dolce il racconto del nonno. Adesso tutto questo non serve più a niente. L’intelligenza, i saperi delle persone di fronte ad internet, di fronte alla televisione si perdono, non servono. Dietro non si può tornare, è da stupido pensare questo, ma dimenticare che sei, da dove vieni, chiudere col passato, recidere le radici, vendere l’identità al dio della modernità neanche è cosa buona.
Che non si rompa mai la macchina!
Giuseppe De Pascalis
Il malocchio
Cos’è il malocchio?
Il malocchio, dicono, viene con uno sguardo insieme ad un pensiero che ti mandano le donne che hanno la potenza di fare male alle persone, agli animali e agli alberi, tuttavia coloro che fanno il malocchio non sanno che possono far del male. E’ sufficiente che ammirino qualcosa o qualche bambino che sia bello e grassottello o che invidino qualche persona perché gli mandino il malocchio.
È una delle più antiche superstizioni del mondo a cui la gente crede da migliaia di anni. Coloro che credono appendo davanti alla porta di casa una staffa di cavallo insieme ad un aglio per potersi proteggere dal malocchio. Dicono che sono poche le persone nate con la potenza di gettare il malocchio. Così scrisse Plutarco (46-120 dc) nel suo libro Perì katà ton vaskènin legòmenon ce vàskanon èchi ofthalmòn” e Virgilio (70 –19 ac) disse: :”nescio quis teneros oculos mihi fascinat agnum“.
Alcuni anni addietro si credeva che il malocchio lo possedessero le donne anziane con gli occhi verdi o azzurri. Nei piccoli villaggi, in Grecia, quando riconoscono una donna che è una iettatrice fuggono lontano da lei senza guardarla negli occhi. Col malocchio la persona si ammala, fa sbadigli, può avere vomiti, diarrea e gli viene il mal di testa; il bambino piccolo piange ed ha caldo; gli alberi si spogliano dalle foglie e gli cadano i frutti. Nel Salento ed in altri luoghi d’Italia la gente, che ancora oggi ci crede, porta con se amuleti come cornetti fatti di argento o di oro oppure cornetti di corallo. Uomini e donne gli appendono al petto per tenere lontano il malocchio.
“Vàscamma” è una parola vecchia greca ed in latino e detto “Fascinum”, ed in italiano vuol dire “affascinare” ed anche malocchio. Nell'isola di Rodi ed in tutta la Grecia dove il “Vàscama “è detto anche “Ammàtiasma” hanno, come in medio oriente, tutto di colore azzurro: la pietra dell’anello, la perla della catenina e ciò che richiama il segno dell’occhio e che oggi vendono in tutti i negozi turistici. Coloro che hanno addosso il colore azzurro sono aiutati a non prendere il malocchio.
Hanno pure il “filahtò*”: un piccolo guanciale pieno con cose contro il malocchio. Le persone mettono dentro preghiere e una croce, i musulmani e gli ebrei che credono pure al malocchio, mettono le loro cose. Questo guancialetto viene appeso ai vecchi e ai bambini piccoli che il malocchio li prende più di frequente. Per questo in Grecia ed in medio oriente quando nasceva il bambino doveva stare quaranta giorni chiuso in casa prima di poter essere veduto dalla gente, perché la mamma aveva paura che lo ammaliassero. Dopo i quaranta giorni portava il bambino alla chiesa perché il prete lo benedisse e dopo lo poteva guardare la gente. Ogni qualvolta che le persone guardavano il bambino dovevano fare finta di sputare e dire “ftu, ftu, ftu, che non venga ammaliato”, che è il “filàfsi” (benedica). Ci sono ancora donne che conoscono le parole e sanno togliere il malocchio. Questo fanno ancora in Grecia ed in alcuni luoghi del Salento. Prima si accertano che sia veramente malocchio: riempiono una bacinella d’acqua, ungono il ditino di olio e ci fanno cadere dentro tre gocce per due volte, se le gocce spariscono non c’è fattura, se le gocce restano e diventano come occhi, la fattura c’è. Alcuni anni addietro era necessario chiamare l’ultima donna che aveva visto l’ammaliato, le davano un rametto d’olivo benedetto il giorno delle Palme e doveva dire: io ti ho ammaliato ed io ti tolgo il malocchio, quello che ho detto che non sia ben detto”. La mia amica di Calimera mi ha riferito che in Salento per togliere il malocchio riempiono una bacinella con dell’acqua, prendono nove chicchi di grano e ogni volta che vi gettavano dentro il chicco facevano il segno della croce e dicevano: ”doi occhi te ndocchiara, doi santi t’annu iutare”. Se molti chicchi restavano dritti sopra l’acqua, volava dire che il malocchio c’era ancora. Se tutti i chicchi scendevano giù nella bacinella non c’era malocchio. In Grecia per togliere il malocchio facevano così: su di una tegola accendevano dei carboni, mettevano sette foglie d’ulivo che erano state benedette dal prete il giorno delle palme e facevano investire dal fumo l’ammaliato pregando Dio così:
“Quanti occhi ti guardano, tanti santi ti aiutano..
Cristo vince e i mali disperde e tutto aiuta.
Ogni cattivo pensiero, e occhio, tolga da dosso a te…
E con tutto ciò si toglie il malocchio…
Theonia Diakidis
Il malocchio, dicono, viene con uno sguardo insieme ad un pensiero che ti mandano le donne che hanno la potenza di fare male alle persone, agli animali e agli alberi, tuttavia coloro che fanno il malocchio non sanno che possono far del male. E’ sufficiente che ammirino qualcosa o qualche bambino che sia bello e grassottello o che invidino qualche persona perché gli mandino il malocchio.
È una delle più antiche superstizioni del mondo a cui la gente crede da migliaia di anni. Coloro che credono appendo davanti alla porta di casa una staffa di cavallo insieme ad un aglio per potersi proteggere dal malocchio. Dicono che sono poche le persone nate con la potenza di gettare il malocchio. Così scrisse Plutarco (46-120 dc) nel suo libro Perì katà ton vaskènin legòmenon ce vàskanon èchi ofthalmòn” e Virgilio (70 –19 ac) disse: :”nescio quis teneros oculos mihi fascinat agnum“.
Alcuni anni addietro si credeva che il malocchio lo possedessero le donne anziane con gli occhi verdi o azzurri. Nei piccoli villaggi, in Grecia, quando riconoscono una donna che è una iettatrice fuggono lontano da lei senza guardarla negli occhi. Col malocchio la persona si ammala, fa sbadigli, può avere vomiti, diarrea e gli viene il mal di testa; il bambino piccolo piange ed ha caldo; gli alberi si spogliano dalle foglie e gli cadano i frutti. Nel Salento ed in altri luoghi d’Italia la gente, che ancora oggi ci crede, porta con se amuleti come cornetti fatti di argento o di oro oppure cornetti di corallo. Uomini e donne gli appendono al petto per tenere lontano il malocchio.
“Vàscamma” è una parola vecchia greca ed in latino e detto “Fascinum”, ed in italiano vuol dire “affascinare” ed anche malocchio. Nell'isola di Rodi ed in tutta la Grecia dove il “Vàscama “è detto anche “Ammàtiasma” hanno, come in medio oriente, tutto di colore azzurro: la pietra dell’anello, la perla della catenina e ciò che richiama il segno dell’occhio e che oggi vendono in tutti i negozi turistici. Coloro che hanno addosso il colore azzurro sono aiutati a non prendere il malocchio.
Hanno pure il “filahtò*”: un piccolo guanciale pieno con cose contro il malocchio. Le persone mettono dentro preghiere e una croce, i musulmani e gli ebrei che credono pure al malocchio, mettono le loro cose. Questo guancialetto viene appeso ai vecchi e ai bambini piccoli che il malocchio li prende più di frequente. Per questo in Grecia ed in medio oriente quando nasceva il bambino doveva stare quaranta giorni chiuso in casa prima di poter essere veduto dalla gente, perché la mamma aveva paura che lo ammaliassero. Dopo i quaranta giorni portava il bambino alla chiesa perché il prete lo benedisse e dopo lo poteva guardare la gente. Ogni qualvolta che le persone guardavano il bambino dovevano fare finta di sputare e dire “ftu, ftu, ftu, che non venga ammaliato”, che è il “filàfsi” (benedica). Ci sono ancora donne che conoscono le parole e sanno togliere il malocchio. Questo fanno ancora in Grecia ed in alcuni luoghi del Salento. Prima si accertano che sia veramente malocchio: riempiono una bacinella d’acqua, ungono il ditino di olio e ci fanno cadere dentro tre gocce per due volte, se le gocce spariscono non c’è fattura, se le gocce restano e diventano come occhi, la fattura c’è. Alcuni anni addietro era necessario chiamare l’ultima donna che aveva visto l’ammaliato, le davano un rametto d’olivo benedetto il giorno delle Palme e doveva dire: io ti ho ammaliato ed io ti tolgo il malocchio, quello che ho detto che non sia ben detto”. La mia amica di Calimera mi ha riferito che in Salento per togliere il malocchio riempiono una bacinella con dell’acqua, prendono nove chicchi di grano e ogni volta che vi gettavano dentro il chicco facevano il segno della croce e dicevano: ”doi occhi te ndocchiara, doi santi t’annu iutare”. Se molti chicchi restavano dritti sopra l’acqua, volava dire che il malocchio c’era ancora. Se tutti i chicchi scendevano giù nella bacinella non c’era malocchio. In Grecia per togliere il malocchio facevano così: su di una tegola accendevano dei carboni, mettevano sette foglie d’ulivo che erano state benedette dal prete il giorno delle palme e facevano investire dal fumo l’ammaliato pregando Dio così:
“Quanti occhi ti guardano, tanti santi ti aiutano..
Cristo vince e i mali disperde e tutto aiuta.
Ogni cattivo pensiero, e occhio, tolga da dosso a te…
E con tutto ciò si toglie il malocchio…
Theonia Diakidis
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